GABRIELE D'ANNUNZIO.
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PIU' CHE L'AMORE.
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TRAGEDIA MODERNA PRECEDUTA DA UN DISCORSO E ACCRESCIUTA D'UN PRELUDIO D'UN INTERMEZZO E D'UN ESODIO.
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1907. Fratelli Treves Editori MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Claudio Paganelli per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it
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PIU' CHE L'AMORE.
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Posso, come te, cantare nei supplizii.
MARIA VESTA.


DELL'ULTIMA TERRA LONTANA E DELLA PIETRA BIANCA DI PALLADE.
A VINCENZO MORELLO.

Questo libro non  offerto al difensore del colpevole Ulisside, allo scrittore che primo di sopra la vil canizza gazzettante lev una parola d'uomo pensoso e animoso. Questo poema di libert, dove la pi bella speranza canta la pi alta meloda,  offerto al buon compagno che nella notte del mio publico vituperio, quando ancra s'udiva dietro a noi la via del Teatro sonare maravigliosamente di urla implacabili, partecip della mia allegrezza e rise del mio riso. Qual pi virile testimonianza di fede avrebbe egli potuto dare in quel punto alla mia forza paziente? Eccogli dunque il segno del mio grato animo, nel suo nome.
Eravamo, te ne ricordi?, presso quelle Terme di Diocleziano che, inalzate al culto del corpo ignudo e dell'acqua salutifera, ora chiudono entro le ruine di sanguigno mattone la nudit di un popolo marmoreo. Come il vento di quel clamore non giungeva certo a toccare alcuna di quelle belle statue erette nel silenzio notturno, cos non valeva a turbare in me stesso alcun lineamento dell'opera solitaria che, espressa dalla mia pi profonda ansiet, omai non apparteneva se non all'immoto suo fato. E, come a quella muraglia imperiale aderiva per me la memoria dei Cristiani morituri che la costrussero in dolore e in aspettazione, cos all'ardua mia gioia era commisto un affetto evangelico: una pia reverenza e riconoscenza verso la moltitudine urlante e calpestante; perch, in verit, quello strepitoso impeto di odio o forse di amor cieco - verso il poeta che da anni si sforza di rivendicare nel teatro latino le potenze del Ritmo e di restituire su l'altura scenica il dominio della Vita ideale - era una specie di spettacolo dionisiaco che sostituiva nella nostra imaginazione la presenza delle forze elementari gi significata dal coro ebro dei satiri che accompagn il passo della Tragedia primitiva.
" una bella sera" dice l'Ulisside allorch, avendo preso commiato dal fratello generoso e dalla vita terribile con l'ultima strofe del suo fnebre canto, si accosta alla finestra aperta ed alza al cielo primaverile di Roma gli occhi che fra poco saranno spenti. Si racconta che, come l'attore ebbe pronunziata quella parola tranquilla, un potentissimo scroscio di risa rintron tutto il teatro e fece lungamente sussultare il ventre innumerevole.
Ora la notte d'ottobre non appariva men bella della sera di marzo, ma indulgente verso un tenue riso silenzioso che ben sapeva d'esser destinato a prevalere. E io pensavo che di l dalla muraglia, nel chiostro certosino, sotto le costellazioni si taceva il michelangiolesco cipresso onde Virginio Vesta avrebbe dovuto spiccare il ramo per la corona da deporre "su le ginocchia di pietra". Ed ecco, la tua ironia si sofferm per dire: "Si sveglia l'Erinni".
Era l'antica, la ludovisia, la bellissima, quella che l entro dormiva come le sue sorelle eschile nel tempio di Delfo: non la nera cagna infernale, la persecutrice sanguinaria, dal soffio romoroso, dagli occhi pregni d'atra bile, dalla convulsa bocca schiumante; bens, mutata gi in Eumenide, la grande vergine severa, simile a una Melpomene senza la maschera, coronata non dell'edera ma d'una divina tristezza.
Non diedi io quel puro viso a ciascuna delle "nuove Erinni" invocate dal delirio dell'uccisore sul limite santo che separa la notte dal giorno? O figlie dell'Aurora e dell'Uomo, siate pietose alla semplicit dei dottori che vi confusero con i custodi baffuti della Sicurezza publica!
Ci piacque d'imaginar rinnovato per l'Ulisside il giudizio di Oreste, il dibttito presieduto da Pallade nell'Areopago venerando dinanzi al popolo convocato dalla tromba tirrenica. "Sar il colpevole assolto dal bianco lapillo di Atena?" L'Occhichiara, alzata nel suo corto chitone dorico dalle pieghe simili alle scanalature della colonna, si degn di ascoltare l'accusa e la difesa con sopracciglio sereno, come colei che - nata dal Cervello - converte del continuo l'ambiguo evento in specie di puro pensiero. Ma, prima dello scrutinio, ahim, subitamente si dilegu. E ci accorgemmo ch'ella era stata offesa dall'aspetto e dall'odore di uno fra i tanti miei patroni e clintoli sopraggiunto; il quale, premendo la casta mano sul cuor purulento, prese a lamentare la mia gloria abbattuta per sempre contro le lastre del Viminale. Tuttavia, per buono stomaco, da quei costanti bevitori d'acqua che noi siamo, potemmo essere a cena.

Oggi, in questa sottile spiaggia etrusca - mentre  lontanissimo il coro delle bertucce giovinette e dei mammoni decrepiti che m'inibiscono l'immortalit - ho veduto brillare su la sabbia al limite dell'onda il bianco lapillo di Atena e l'ho raccolto religiosamente prostrandomi. ??f?? ??????:  un ciottoletto, non pi grande dell'aliosso polito dal gioco dei fanciulli; e parve, su la collina di Ares, il fondamento augusto della nuova giustizia.
Hai certo nella memoria il sublime episodio eschilo. Il supplice, ricoverato nel tempio di Pallade, ha cinto con ambe le braccia l'imagine santa; e ha detto: "Sopito  il sangue su la mia mano, e inaridito. Invoco Atena con bocca pura...". Egli ha gi disseparato l'anima sua viva dall'atto estraneo. Come l'Ulisside, egli non  pi "l'attributo del suo atto". Purificato dal dio di Delfo, egli abbandona la sua colpa come una veste immonda; recupera nell'innocenza la sua nudit nativa; e le sue ossa sembrano "rivestite d'una nuova sostanza". Non altrimenti, nell'aria del mattino, l'Ulisside sente "la sua vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione". Non sembra che costui invochi la medesima dea? Non  rivolta la sua diritta domanda a Colei "dai pensieri numerosi" che porta sul petto il capo della Grgone? "Tu dimmi se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su due talloni."
Le vecchie Erinni schiumanti di furore si scagliano con zanne ed artigli contro il supplice che ancra sa pregare "con bocca pura". Bisogna ch'egli perisca nell'ignominia, ch'egli non pi conosca "la gioia dello spirito", ch'egli non parli pi, ch'egli non risponda pi, che vivo sia dilaniato e divorato! Il coro vorticoso intorno al protetto d'Apolline volge il carme che incatena, l'inno senza lira, peste dei mortali. O amico, e non altrimenti, invaso dall'insania delle rugose Vendicatrici, il coro degli spettatori nella notte d'ottobre insorse contro l'affermazione dell'Ulisside. ?f????t?? era certo il suo ululo, ma non senza risonanza, come quello che palesava la radice inespugnabile della barbarie primitiva nell'anima civica. Il poeta tragico aveva compiuto il suo officio; che  di porre l'ardimento e la libert dell'uomo dinanzi a un problema spaventevole. La folla voleva tagliare il nodo col rugginoso ferro del tallone, caduto dalle branche affievolite delle vecchie Erinni. "Ci scagliamo contro a lui, comunque valido ei sia, e struggiamo il sangue giovenile." Tornare doveva dalle ripe dello Scamandro alla difesa Colei che non fu nutrita nelle tenebre della matrice ma nei lampeggiamenti del cervello maschio.
Or ecco - tu lo vedi - nell'Areopago instituito, Oreste coronato d'olivo selvaggio  seduto sul sasso dell'Ingiuria. Presso di lui  il Divinatore, testimone e complice. Per la sua virt di Onniveggente, il dio luminoso tutto comprende e tutto perdona. La sua pupilla solare, penetrante come il suo dardo, ritrova nel pi segreto cuore la cagione della colpa. Al suo fuoco incorruttibile il vapore del crimine si dilegua. La potenza della sua luce dissolve ed assolve. Quivi, nella chiostra contemplata dal cielo attico, egli assiste il matricida contro la ferocia delle cagne inferne. "Siimi tu testimone, o Apolline" dice il fratello d'Elettra.
L'invocazione dell'Ulisside al Sole del Tropico, all'Apolline libico, mi risuona dentro. Vedo "nel tristo sabbione della Costa" l'ombra del supplice senza lamento e senza ramo d'olivo seduta sopra il rottame del suo naufragio; e la tempesta le ha fatta una maschera di schiuma pi spessa che la schiuma del cammello. Il dibttito incomincia. Alle antiche parole si mescolano le nuove parole. "Pu taluno infrangere le catene: rimedio v'ha a questo male e maniere molte di liberarsene; ma quando la polvere bevuto abbia il sangue dell'uomo ucciso, non v'ha alcuna sorta di resurrezione." Gridano le Punitrici: "E come difenderai tu dunque l'innocenza di costui?"
Nell'Areopago il dio sembra anch'egli armato della "dialettica faretra" quando raccoglie l'argomento fallace di Oreste e ne fa il nerbo della sua arringa. Qui, nella nuova disputa, non sarebbe egli tentato di mescolare la sottigliezza allo scherno, se avesse dinanzi a s le vecchie succiatrici di vene umane? Similmente troverebbe egli il sofisma nelle parole dell'uccisore cuto. "Credi tu che il piccolo fatto senza sangue possa affascinare la ragione del combattente?" Ma egli assume l'attitudine disdegnosa che gli diede la grande arte dorica.
Ed ecco un altro argomento, fornito dal colpevole: "L, alla tavola del giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una volont di asceta, una bassa cupidigia o una fatalit eroica?"
Ed eccone un altro ancra: "Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del pantano, e per sale la necessit di superarmi ogni giorno".
N l'uno n l'altro raccoglie il Difensore, n quanti altri il perduto Ulisside trae dal suo delirio di ribellione e di orgoglio; ma uno solo, quello fondato e consacrato dall'arte tragica. E, quando Pallade lascia cadere dalla sua mano infallibile la pietra bianca, il novo coro delle Erinni non urla, non geme, non si dibatte, non come l'antico impreca ai "giovini iddii che calpestarono le antiche leggi"; ma inalza nella serenit un cantico apollineo che forse un giorno sar degno di ripetere ai miei fratelli vigilanti: non l'inno che incatena, bens l'inno che riscatta, non la celebrazione della morte, s bene la glorificazione della vita. Se sterili furono le cagne inferne, le nuove Erinni sono fertili di genitura ideale; e la cruenta materia ch'elle trattano  come la materia che si muove intorno alla pura bellezza.
L'argomento supremo dei due giovini iddii assolutori  l'anima stessa della tragedia,  quasi direi il suo ritmico fonte, il centro della sua forza congegnata. L'eroe, votato all'errore e al dolore, soffre non per purificarsi d'una passione criminosa, non per espiare il suo peccato e per riacquistare la sua innocenza ma per essere - di l dal terrore e dalla piet - "l'eterna gioia del divenire". Mentre appare paziente, egli raggiunge il grado massimo della sua attivit; la quale, dopo di lui, continua a operare. La legge umana, l'ordine naturale, l'uso, il costume possono essere sovvertiti dal suo atto; ma il suo atto genera un cerchio di potenze pi alte, una inaspettata sovrabbondanza di vita superna. Destinato a scomparire, l'eroe diffonde e perpetua intorno a s la sua volont eroica, che la colpa non pu distruggere n menomare. In Corrado Brando non  glorificato il delitto, come pretendono i grossi e i sottili Beoti, ma son manifestate - con i segni proprii dell'arte tragica - l'efficacia e la dignit del delitto concepito come virt prometa. Intorno a lui, che soffre e che deve morire, tutte le anime rendono il lor massimo splendore, illuminano di vasti lampi il cielo dello spirito. Sembra che dalle profondit dell'Essere e del Fato tutti coloro de' quali egli  il figlio e il crimine, fedeli al lor cmpito pertinace, abbian tentato invano di sollevarlo verso l'eccelsa di quelle speranze che Promteo pose tra i mortali affinch non prevedessero la morte. Or ecco, egli muore; e nessuno ha veduto nel suo pugno lo scettro come nessuno vede che le sue mani nell'ultimo gesto sollevano "fuor d'ogni vista" un cuore portentoso. "Il travaglio divino che affatica l'oscurit della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la cima di quel cuore per dar segno di s, per rivelarsi." L'officio dell'eroe tragico  compiuto. Il pi sacro istinto della vita, della vita a venire, della vita che si perpetua,  tradotto nell'ultimo gesto con una grandezza religiosa. Lo sguardo ha esplorato il fondo dell'abisso e s' risollevato a scoprire le nuove stelle. Sopra il mutamento e l'annientamento, la Natura soccorrevole ci offre l'imagine radiosa della creatura futura.
Ho io voluto portare su la scena una maschera fedele dell'uomo effimero?  necessario ripetere ancra che nello spazio scenico non pu aver vita se non un mondo ideale? che il Carro di Tespi, come la Barca d'Acheronte,  cos lieve da non poter sopportare se non il peso delle ombre o delle imagini umane? che lo spettatore deve aver coscienza di trovarsi innanzi a un'opera di poesia e non innanzi a una realt empirica e ch'egli tanto  pi nobil quanto pi atto a concepire il poema come poema? Io ho diffuso ad arte la dubbiezza del crepuscolo su l'uno e su l'altro episodio; e ho voluto che il giorno della mia tragedia "al principio della primavera, fra due vespri" fosse un giorno di trasfigurazione.
Mi piace, in questo pomeriggio di novembre cos limpido che sembra annunziare sul Tirreno la precocit della quiete alcionia, mi piace di considerar con occhio senza nube l'aspetto dell'opera da cui mi accomiato e di riconoscere in qualche parte la sostanza medesima onde i miei maestri foggiavano i loro eroi sofferenti e morienti "per non pi soffrire e per non pi morire".
Quando Marco Dlio incontra il "battitore di vie ignote" che cammina a gran passi lungo la muraglia del Tevere sembrando sfavillare nel vento, egli pensa: "Chi lo fermer?" E poi gli torna nella memoria quella risposta che potrebbe anch'essere dell'Ulisside: "Dove corri? - Inseguo il dio del quale io sono l'ombra".
Tal risposta ricongiunge l'idealit di quella nuova figura con l'idealit delle grandi figure antiche sotto il cui velame si celavano gli aspetti del dio doloroso, dello Zagreo lacerato dai Titani, ch'era la sola persona tragica presente sempre nel drama primitivo come il Christus patiens nel nostro Mistero e nella nostra Lauda. Il dio si manifestava per atti e per parole in un eroe solitario, esposto al desiderio, alla demenza, al delitto, al patimento, alla morte. E l'eroe solitario diceva le parole formidabili che ripeter con diverso accento ma con eguale intrepidit l'Ulisside: "Pronto io sono, per la mia mta, a prendere su me quel che v'ha di peggio in terra, risoluto anche ai sacrifizii umani". Con durissimo sforzo sollevava egli su le sue spalle il peso spaventoso, ma sol per riconoscere che la sua mta non era se non la distruzione di s medesimo, la dissoluzione liberatrice dei suoi mali votata al trionfo della Volont imperitura e al culto dell'eterna Gioia che  il polso della vita universa. Come l'Ulisside, egli disegnava con l'ultimo gesto l'imagine di un'altra esistenza e di un'altra virt da lui presentite e intravvedute; alle quali non lo preparavano le sue vittorie ma la sua sconfitta e il suo perdimento.
Dice Corrado Brando alludendo a s medesimo: "La prova della mia dignit  nel miracolo invisibile". Anch'egli dunque crede ai miracoli del suo dio. L'ebrezza della volont accumulata , in lui, simile alla frenesia dionisiaca. Egli sente a tratti risalirgli al cervello il vapore dell'idromele. Ha tracannato con la bevanda barbarica un filtro di violenza, di crudelt e di allegrezza. Nel delirio orgiastico della musica egli riconosce e adora il suo nume patetico. Sembra che di lui parli e non del sinfoneta quando dice: "Che m'insegna costui? M'insegna il furore e il turbine". Sembra che raffiguri il suo proprio destino quando soggiunge: "La tempesta solleva tutte le forze dell'anima e le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro di granito". Ma in nessun momento la sua comunione col dio "che discioglie" si rivela come quando, nella contrattura del pi acre impulso, egli evoca l'imagine del sonno "solvitore d'affanni", la tregua largita da Lieo ai furibondi. "Nulla di meglio che quel sonno selvaggio ch'io dormir su la sabbia oceanica, dopo l'approdo." Non somiglia a quello, dormito sul monte sotto i raggi del sole, che il bifolco del Citerone descrive nelle Baccanti di Euripide? Pi tardi egli chieder non la tregua breve ma il nero seppellimento. "Io vorrei gi essere laggi, allo sbocco del fiume, supino sotto il mio tumulo di terra." Avr tal riposo dal dio che affranca da ogni giogo e da ogni catena colui che lo ha servito; l'avr non allo sbocco del fiume, non in un luogo designato, ma nel grembo stesso della sostanza primordiale, nell'unit originaria, a cui egli ritorner confondendo la gioia del disparire nella gioia del divenire, dopo aver ricevuto "un annunzio di perpetuit", dopo aver sentito "l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come in un vertice del Futuro". E il poeta tragico potr allora onorarlo con l'epigramma sepolcrale che  la lode di tutti i magnanimi in fare e in patire: "O Terra, riprendi questo corpo; e ricordati che fu potente pe' tuoi futuri travagli".
Io credo aver distintamente udito il ritmo fnebre di tanto destino e aver misurato con esso il troppo ampio respiro dei miei dialoghi. Questa tragedia  la celebrazione di un'agonia dionisiaca. Le cause generatrici dell'Essere - l'illusione, la volont, il dolore - vi combattono l'ultimo combattimento sotto i grandi occhi cristallini delle nuove Erinni che per illuminarlo sollevano in alto le faci non con lo squasso della vendetta ma col gesto di Psiche munito della lampada perspicace.
Quando Corrado Brando pronunzia le sue prime parole, egli ha gi sopra s "l'ombra d'un'ala" che non  quella della Vittoria. Secondo la visione di Maria Vesta, egli  "gi passato dalla parte della notte". Affascinato dalla linea retta che il domatore di fiumi segna con la riga d'acciaio, egli dice: "Un s o un no. Questo volevo dalla vita". Sembra che perfino il fantasma della sua volont sia gi dietro di lui e che, nel dialogo dell'amicizia, pur tenendo rivolto il viso verso il fato, egli non faccia se non la commemorazione di ci che  irrevocabile e la rappresentazione di ci che non pu esser pi raggiunto. Il suo sogno, che un tempo aderiva all'atto "come il bagliore a ci che riluce", ora  come l'ombra che riempie la bocca vacua della maschera intagliata nella chiave dell'arco inaccesso. Lontanissimi sono i pozzi di Aubcar. E la sua sete egli non la potr estinguere se non nelle sue proprie vene gonfie.
L'azione fu compiuta; il crimine fu commesso, non dall'Ate abbagliante che accecava anche la mente di Zeus, ma dall'oscurissima Ate che abita nell'interno fango dell'uomo e quivi ha in potere la belva sopita o inferma. Ignobile  "il piccolo fatto senza sangue" troppo dissimile alla mano invitta che l'esegu, troppo estraneo alla natura leonina. Per giovarsene, converrebbe protrarre i giochi dell'astuzia, preparare la fuga con cautela, tessere frodi, pigliare spedienti, troncare gli indugi. Ma la "scaltrezza animale" s' dispersa nell'alba; non rimane se non la smania della guerra, la furia del combattere, l'ansia del risalire. Ed ecco "il fervore della libert, l'esaltazione del coraggio, l'urto degli eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi alla realt immediata, all'atto che non pu esser distrutto!" Qual nodo tragico mai serr pi strettamente anima anelante? Il rombo spaventoso, che l'uccisore ode sul suo capo, sembra gi riempire tutto il dialogo. Dietro le figure dei due uomini si prolungano l'ombra della Piet e l'ombra del Terrore sul pavimento della stanza tranquilla, ove l'Ignoto nascosto nell'angolo si arma.
Hai nella mente l'Aiace sofoclo? Quando appare su la scena, anch'egli, il signore dello scudo di sette cuoi,  perduto, coperto d'obbrobrio, disperato di vivere, gi dato al Buio. Inespugnabile mole d'orgoglio, anch'egli ha patito l'ingiustizia e lo sfregio. Anche a lui  parso aver compiuto "una grande azione, senza gloria, a benefizio altrui". Il pi forte dopo Achille ha veduto aggiudicare, nella contesa delle armi, al pulito parlatore l'asta del monte Pelio e il clipeo scolpito della grande imagine del mondo. Anch'egli ha sempre serrato i denti per tener la lingua in freno, ha lasciato agli altri la millanteria, ha tenuto per s l'orgoglio; ma ha pur pensato sempre: "Chi  il Capo se non il pi forte?", Similmente il battitore di vie ignote ha potuto far sua la parola del Telamonio: "Io confesso ch'io domando grandi guiderdoni". Ma i giudici a colui che "difese mille navi col suo corpo" han tolto l'onore ch'eragli dovuto. Il rancore di Corrado Brando contro il suo rivale scaltro ben potrebbe esprimersi negli stessi modi: "Ci ch'egli fa, lo fa celatamente, e sempre disarmato".
Or quando il poeta evoca l'eroe dinanzi allo spettatore, la strage ignominiosa delle greggi  gi avvenuta. Subitamente invaso dal morbo furiale, il "Figlio dell'aquila", l'Eacide che pargolo ebbe per fasce la fresca pelle del leone nemo, ha compiuto nella notte il tagliamento delle "placide bestie", s' coperto di sangue mansueto, simile a pazzo beccaio o a vittimario ubriaco. Ed ecco, rientrato sotto la tenda, ora deve soggiacere al suo destino.
Chi dir l'infinita tristezza di quel risveglio? I rossi fumi della frenesia notturna si dissolvono, la ragione e la pupilla si rischiarano. Quegli che trascorreva simile a un Titano su le tolde delle navi minacciate dai tizzoni dardnii, quegli medesimo  l stupefatto sul carname vile, con la ruina di tutta la sua forza e di tutta la sua gloria, esposto alle beffe e alle rappresaglie degli Atridi e dell'esercito.
Non altrimenti si sveglia il vincitore di Olda e si ritrova fra i piedi il cadavere del baro, la "cosa corrotta" che il destino gli getta innanzi perch egli stramazzi nel fango e nell'onta. "Una povera spoglia esangue arrester colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a fuoco le trib!"
Quale spettacolo pi patetico del crollo  subitaneo d'una vita grande, cagionato dall'atto ridevole e turpe compiuto in un'ora d'incomprensibile smarrimento? Lo stesso avversario del caduto, il protetto di Pallade Odisseo,  stretto dalla piet; e ripete la sconsolata parola dell'antica mestizia: "Ben vedo che noi tutti viventi non siamo se non simulacri e lieve ombra". Muto sta il Telamonio e immobile in mezzo al mucchio sanguinoso. Un sol pensiero omai gli  confitto nella durissima fronte: il pensiero della morte necessaria. Ed ecco che anche qui il ritmo funebre incomincia, per accompagnare sino alla fine la tragedia. La quale non  se non la rappresentazione di un'agonia leonina e di un seppellimento avversato su la sabbia fulva, al frangente del flutto, cui sovrasta la ruota degli uccelli marini attratti dalla smisurata esca.
Si riscuote il morituro e getta due muggiti di toro. Col terzo grido chiama il figlio: ?? pa? pa?. Il suo dolore invoca il nato dalla sua virt, la creatura che sopravvive a lui distrutto, la vita che si perpetua e ascende. Lo scopritore di nuove stelle dice nella sua suprema preghiera, pensando al non nato ancra: "Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia pi profonda cicatrice!" Il Telamonio lascia all'erede il solo scudo settemplice, l'emblema della sua possa invitta. Egli dice: "O figlio, sii pi fortunato del tuo padre ma nel resto a lui simile". L'Ulisside spera che il suo figlio vada pi oltre. Egli, percosso a mezza via, scorge prima di chiuder gli occhi "di l dalla mta l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria". Entrambi hanno fede di aver generato con grandezza perch vissero con grandezza, perch entrambi ebbero la volont ostinata di superar s medesimi, "di non pi essere uomini ma qualcosa di meglio". Al padre che l'ammoniva di vincere con l'armi ma sempre col favore del dio, Aiace aveva risposto: "Anche l'uom vile pu con gli iddii vincere; io confido d'acquistar la mia gloria senza costoro, o padre". Il vincitore di Olda aveva ospitato il dio nel suo petto, gli aveva dato il palpito del suo proprio cuore; s'era divinamente sollevato sopra il dolore e sopra la morte; aveva detto ai carnefici: "Io sono un dmone, e voi non potete farmi n soffrire n morire". L'orfano Eurisace regner magnanimo l'isola ricca di fati navali e di colombe; avr dai talasscrati Ateniesi gli onori divini. Ma qual Moira assister la nascita dell'orfano partorito senza ululo nella solitudine da colei che "pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali"?
Con un lieve tremito riconosco, sotto la tenda del Telamonio, nel volto di Tecmessa quasi direi il primissimo bagliore di quella luce che irragger pienamente il volto della mia eroina. La giovane Frigia  una prigioniera di guerra, una "rosa del bottino", una preda barbarica liberata dai vincoli e accolta nel letto del predatore Ellno; ma la sua attitudine e la sua voce non sono della "schiava subdola e funesta" bens dell'amante sottomessa e devota che ha posto nel suo dspoto ogni sua salute e che l'esorta a vivere con una preghiera d'infinita dolcezza. "A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere" dir anche Maria Vesta, ma con un accento ben pi animoso, ma col fremito della pi fiera libert. O matutina apparizione dell'anima feminea nell'opera giovenile di quel poeta che per la bocca dell'invincibile Antigone rivel primo al mondo la forza delle leggi "non scritte"!
N la dolcezza di Tecmessa, n il rude amore dei marinai di Salamina, n il pensiero dei vecchi e del nato possono interrompere la corsa dell'eroe verso la tenebra. "O tenebra, mia luce!" ha detto l'amico del giorno, il combattente che nella mischia intorno al cadavere di Patroclo aveva lanciato la meravigliosa bestemmia contro Zeus spargitore importuno della nera caligine, ?? s??t??, ??? fa??. Luce a lui far la spada fatale di Ettore, confitta per l'elsa nella sabbia del mare, su la pi deserta piaggia. La morte ch'egli invoca nel commiato sublime  quella stessa cui vuol consacrarsi l'Ulisside novello: non la femmina orrida ma il Genio maschio.

? Ta?ate Ta?ate, ??? ' ?p?s?e?a? ????.

Dietro di lui  il macello ignobile,  l'ira degli iddii,  il pianto di Tecmessa,  l'esultazione ingannevole dei socii navali che chiamano Pan "ondivago" alla danza; ed egli  l, contro la larga spada infissa, avvolto da quel gran vento che amano gli sfidatori "pieno di sabbia sollevata e di schiuma in lembi." Non sembra che anche Corrado Brando abbia udito su quel gran vento il grido selvaggio del coro in tripudio?

?? ?? ???, ???,
? ??? ??? ???p?a??te....

O amico, e non ti ricorda Thanatos un'altra consecrazione che inseverisce quel poema nautico ov' celebrata - con modi che ti piacquero - la nascita della decima Musa Energia?

"Bel fanciullo" dissi "a Te solo
sacrer l'acciaio polito
ove miro l'anima mia,
se mai sar ch'ella s'incurvi."

L'anima ribelle del Telamonio s'incurva, nel tempo medesimo, sotto il giogo degli iddii e verso la punta del ferro. Il peso stesso della sua azione riconosciuta e giudicata lo abbatte al suolo. "In avvenire" dice egli con un'amarezza che mi sembra simile al sarcasmo "in avvenire sapremo che convien cedere ai numi, e impareremo a venerare gli Atridi". Il nome della moderazione ricorre per la prima e per l'ultima volta su le labbra dell'empio che un giorno os respingere crudamente il soccorso di Pallade stimandosi bastevole a sostener da solo qualunque sforzo ostile.

?e?? d? p?? ?? ???s?es?a s?f???e??;

Ma egli si uccide perch "niuno potrebbe vincere Aiace, altri che Aiace".
Corrado Brando dir: "Chiunque possegga s, per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri". Egli scuote da s il peso della sua azione, egli scaccia dal suo spirito l'imagine della colpa, si rifiuta di accettare il castigo, di considerarsi omai "come l'attributo del suo atto e null'altro". Gli sembra iniquo che il piccolo fatto senza sangue abbia ragione d'una grande vita. Egli non incurva n il suo corpo n la sua anima, anzi erge a dismisura e l'uno e l'altra come colui che teme d'essere sorpreso da uno sgomento improvviso, da un affievolimento di forze, come colui che teme "di commettere una vilt contro la sua folla, di disconoscerla, di difformarla, di avvilirla". Prima che contro gli uomini, egli si difende contro il rimorso e contro il pentimento. Il suo istinto di ribellione non soltanto persiste fino all'ultimo, ma si esaspera trasmutandosi in minaccioso delirio. Egli vuol dedicare ancra qualche sacrifizio umano in un gran rogo alla sua libert, perch almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricrdino. La sua ultima ragione  nelle sue armi cariche. Egli non si uccider, ma uccider finch non sar ucciso. E verso la notte di primavera il suo cadavere arder nell'incendio, in mezzo all'Urbe, tra il Muro del sesto re e il Fro costrutto dal domatore dei Parti; arder perch meglio dal fango mortale si sprigioni nel fuoco lo spirito "infaticabilmente vivo" e continui a operare sul mondo, poi che la pi fulgida favilla  gi entrata "nel germe ancor cieco del nuovo essere".
Su la salma di Aiace scoppia il conflitto tra il fraterno dolore di Teucro e il basso rancore degli Atridi che tentano gittar la preda cruenta agli uccelli del mare. La magnanimit del Laertiade intercede pel nemico e lo celebra come il pi forte degli Achei dopo Achille. L'eroe infortunato sar sepolto, con tutta l'armatura, dalla piet del sagittario e di Tecmessa nel promontorio battuto dalle tempeste. Ma colui che non ha potuto scegliere il luogo della sua sepoltura e dormire sotto il tumulo il sonno stesso della terra incognita, il sonno ardente dell'Africa, colui sottrarr la sua spoglia ad ogni contesa e ad ogni onta: sapr accendere a s stesso il suo rogo e spargere al soffio del novel tempo il suo cenere.
Posti dall'arte tragica dinanzi a un problema spaventevole il Greco dell'Evo eroico e il Latino della terza Roma, entrambi lo affrontano con animo vittorioso quantunque entrambi appariscano vinti. Ora il primo non cerca di comprendere: non scioglie il nodo, s bene lo taglia con la spada di Ettore. Raggiunge il luogo deserto e s'immola, pago di spandere col sangue una grande anima. Compie cos il riscatto dell'atto, accettando la necessit dell'immolazione. Ma il secondo ha l'occhio pi sagace e audace: egli non teme di discendere nel suo proprio abisso e d'illuminarlo. Al lume del suo pensiero egli riconosce che l'atto  estraneo alla sua vita verace, alla sua sostanza profonda; e che per ci egli non deve sodisfare la giustizia umana con alcuna ammenda. "Pentimento? espiazione? La tua luce non  la mia." Risale dall'abisso con uno smisurato impeto di libert, portando un superbo vto al sepolcro: libero per la morte e libero nella morte. Non pi considera s come un colpevole che vuol sottrarsi alla pena, ma come un nemico che vuol vendicarsi. "Sono un nemico." Troppo hanno pesato su la sua pazienza gli uomini impuri, il tristo tempo. La sua fine sar una festa d'orgoglio: rampogna, incitamento e promessa ai superstiti.

Ho detto che il giorno della mia tragedia  un giorno di trasfigurazione. Meglio forse avrei potuto chiamarlo: un giorno d'invenzione eroica. Qui ciascun personaggio, sotto l'urto dei fati, inventa la sua virt; che diviene la sua difesa, la sua necessit e la sua bellezza. Si muovono essi in un'ombra vespertina; ma, dopo la vigilia che segue il primo vespro, la loro vita interna  infiammata da una luce di aurora. Se non mi fosse impedito dall'angustia e dalla povert della moderna scena, io vorrei porre davanti agli occhi dello spettatore non soltanto l'imagine del Fiume fidiaco ma quella della Donna michelangiolesca che si sveglia su l'arca, ai piedi del Pensieroso, con in tutte le membra la pesantezza di un dolore titanico; il qual non  se non l'ingombro dei pensieri e degli atti ancor costretti nell'impronta materna perch troppo ancra immeritevole di riceverli si mostra il popolo degli schiavi, non pur degno di far da strame al sonno della sorella Notte che l di contro dorme senza riposarsi.
Una scena ornata di statue non comporta se non la pi severa nudit. L'arte del tragedo, come quella dello statuario, ha per oggetto il nudo. Obbedendo alla legge della mia arte, con non timida mano io ho spogliato di ci ch'era vile e fugace l'anima dei miei simulacri e ho potuto talvolta sollevarla fino alla regione del canto. La stanza dell'Ulisside, nel secondo episodio, non  dissimile alla tenda del Telamonio. Il "lordume civile" sembra spazzato via per sempre, se bene salga per la finestra aperta "il romorio degli insetti umani". E quel romorio  remoto come il rombo dell'Ellesponto.
Nel primo episodio la denudazione inesorabile avviene sotto gli occhi stessi dello spettatore. I personaggi non sono ancor del tutto liberati dal pregiudizio e dalla menzogna, non hanno ancor del tutto abbandonata la paura di soffrire e di far soffrire. Di tratto in tratto ancor s'ode, nelle pause della loro angoscia, la voce fioca e roca della consuetudine. A ogni parola, a ogni gesto del violento sembra che nell'aria della stanza tranquilla qualche cosa si schianti, qualche cosa si laceri. Quando il domatore di fiumi col linguaggio della poesia celebra la riconciliazione dell'Uomo e della Natura, ecco che la "Potenza velata dalla sua stessa bellezza" entra d'improvviso nella scena e impone la sua legge alla vicenda. Ella forzer le palpitanti creature a cercare nel pi profondo la lor "vera vita" e a manifestarla.
E per manifestarla ciascuno deve accettare "la meravigliosa necessit della solitudine". La maschera del Titano sospesa alla parete non cessa di biancheggiare pur nell'ombra crescente come un segno di luce inestinguibile. " l'isola dello spirito" dice Corrado Brando "e non v' nulla intorno fuorch la tempesta".
La prima apparizione di Maria  accompagnata dalla freschezza e quasi direi dal fremito della primavera acerba. Ella sopraggiunge con le mani piene di violette; ma l'odore dei fiori non le impedisce di sentire nell'aria chiusa l'odore della febbre mortale. Al suo gesto di supplichevole amore, Corrado non volge il capo nel partirsi ebro di lontananza e di perdimento. "Chi lo fermer?" Ed ecco, scomparsa quella frenetica forza eccitatrice, la vita sembra rallentare il suo bttito, illanguidirsi, raumiliarsi. Alle imagini della grandezza dolorosa e indmita succedono le imagini delle bisogne umili e consuete. I vecchi infermi si affacciano alle finestre dell'Ospizio tutte eguali; nel ricordo camminano in fila su la spiaggia anziate i giumenti placidi che vengono dalle carbonaie di Conca. Sorge dal passato e s'indugia per qualche attimo nell'aria primaverile un sentimento di pace e di securit. Le lacrime della giovine donna sgorgano subitanee come la pioggia di marzo ma pi silenziose. Entrano i due uomini dediti a offici che sono inutili per la vita: l'uno tenta di far rivivere le pietre morte, l'altro cura i mali incurabili della vecchiezza. E l'uno e l'altro vengono tratti dal "desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico", vengono per respirare "in una illusione di santit familiare". Evocano il dolce agio di ieri, la vecchia fante che porta la lampada verde, il silenzio della strada dietro le tende, gli usignuoli dell'Aventino, il rimorchio sul Tevere, i vaghi romori che approfondiscono la quiete; e quel navalestro Ptrica che  quasi la larva del Tempo, quel passatore informe su cui sembra che passino le acque del fiume come tutte le cose labili.

O Vita, o Vita,
dono terribile del dio,
come una spada fedele,
come una ruggente face,
come la gorgna,
come la centurea veste!

Ecco che di sbito l'eterna Medusa balza dal pavimento della stanza come da una voragine e agghiaccia l'anima di colui che ha tanto sofferto e tuttavia teme di toccare il fondo della miseria. Il capo irto di serpenti e grondante di nero sangue  l, in mezzo alle apparenze familiari, tenuto sospeso da un pugno invisibile. Per vincere l'orrore, per tener diritte nella schiena le vertebre che si disgiungono, bisogna inventare una virt e animarla di s con uno sforzo splendido e veloce che somigli a una resurrezione. Virginio Vesta, Maria Vesta, nati d'un medesimo sangue, suggellati dal medesimo suggello, sono d'improvviso chiamati alla vita eroica. Una voce li chiama, li solleva, li trasfigura e li disgiunge. Nella notte piena si compie il sublime travaglio, incominciato nell'incerto crepuscolo.
Entrambi, guardandosi, sono sopraffatti dall'angoscia. Le fibre dei legami lacerate sembrano gemere in loro. N l'uno n l'altra hanno ancora conquistata la libert suprema. Virginio barcolla sotto il colpo, e si lascia sfuggire una parola poco virile. "Non c' pi nulla, allora!" balbetta, quando Maria ha confessato. Gli fa paura il suo deserto.
Ma la sorella  la prima a vincere il tremito;  la prima a respingere l'uso il costume e il limite. Il suo sguardo  gi impavido e fisso dinanzi a s, mentre quello del fratello ancra s'indugia tra i fantasmi leni del passato. Quando egli riafferra la sua volont e le dice: "Voglio difenderti", ella ha gi l'accento eroico nella sua risposta: "Contro chi, se non temo?" Il distacco  avvenuto. Egli  solo, omai; e non pu pi proteggere, e non pu pi consolare. Un tempo le due vite si toccarono, e ne nacque un bene inaudito. Ora i due nati dello stesso sangue ridiventano estranei e soli. Per costruire un santuario bisogna abbatterne un altro. Ma nella donna parla per l'ultima volta l'antica voce tirannica quando, a sostener l'amato, ella afferma la sua certezza: "Rester col mio amore...."

Perch le sorga in bocca la nuova voce  necessario ch'ella faccia la sua vigilia "nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva".
Qui penetriamo nell'imo cuore del drama, la cui vicenda  tragica, la cui essenza  lirica. Qui pienamente l'idea centrale s'illumina, e irraggia del suo splendore la catastrofe. "Da che profondit  salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melode per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto,  forse l'ultimo dono del Destino."
Il ritmo funebre, che accompagna il passo dell'eroe verso la sua fine, s'arresta all'inattesa apparizione della dolce creatura figlia del canto; e anch'egli, l'assassino, per un momento appare trasfigurato, purgato d'ogni macchia, esaltato dal miracolo, come se dalla tenebra la donna reduce gli uscisse incontro d'improvviso con una luce di stella. La parola sofocla sembra per lui riempirsi d'un novo senso: "O tenebra, mia luce!"
Un miracolo infatti si compie, insperato, come nell'Alcesti di Euripide. Admeto "l'indomabile" vede sparire dal suo talamo la florida figlia di Pelia. Per serbare la sua propria vita, egli manda la devota verso la prateria d'asfodelo, la sospinge nel regno di gi. Similmente Corrado d nel suo cuore il commiato crudele alla sua donna, per proposito di scampo; e non volge il capo al gesto supplichevole della mano ancor fresca di fiori. Mi piace di comparare l'anelito di Maria verso l'Alba con il sospiro della Tessala verso lo splendore del Giorno. ???e ?a? f??? ???a?.... La creatura nuova ha il desiderio di morire perch dalla sua morte venga all'amato "qualche bene ignoto". Ella si distende supina e, oppressa dal peso del suo corpo non pi vergine, si offre vittima volontaria: "Ecco, sono distesa per lui e non mi alzer pi". Veracemente dunque, allorch va verso lui che non l'aspetta, ella torna come Alcesti dal regno profondo. Alzando ella il suo velo, Corrado la riconosce reduce dal Buio; non altrimenti che Admeto, alzando Eracle il velo della straniera, riconosce il volto divino della sua sposa a cui ancor siede nella bocca vivente il silenzio dell'Ade. - Ta?' ????p?st?? t?de - grida con attonita gioia il re ospitale.
Alcesti si tace. La nuova creatura si abbandona all'ebrezza del canto per celebrare il suo miracolo interiore. "Dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza.... Il mio spirito pu abitare la tua tenda. Il mio coraggio pu fissare le tue nuove stelle.... Posso, come te, cantare nei supplizi!." Il rapimento del morituro  impetuoso come un ultimo volo d'aquila verso un sole riacceso. Egli ora sa a quali culmini tendesse lo sforzo della sua vita, quale fosse il segreto della sua ansia.  scomparsa la profeza eroica che prima gli sembrava di leggere "chiara come in una lapide incisa" nelle corrosioni spaventose dell'immensa duna oceanica. "Tu sei forse la mia ultima terra lontana" dice egli alla donna che lo chiama e lo suscita. I fiumi, i monti, le selve, i deserti, tutte le patrie ignote e agognate sembrano sprofondarsi nel suo spirito e convertirsi in regioni interiori. Altri cammini, altre culture, altri dominii, altre citt riconosce egli in s o intravvede. Trasmutato in spazio mistico il continente periglioso  dentro di lui, cinto dalle onde "senza schiuma e senza strepito" dell'immensa Malinconia. "Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso.... I pi grandi spazii io li percorro nell'invisibile, dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima pi alta."
Quando la voce feminile ascende sino alle note del canto, il suo potere riesce a superare il fascino d'ogni altra bellezza e d'ogni altra armonia; poich, per divenir musicale,  necessario che quella voce s'accordi col ritmo del nostro cuore, lo rinforzi, si perda in noi, diventi la nostra essenza stessa, si trasformi in qualche cosa che prima ignoravamo e che d'improvviso ci appare come un nuovo tesoro di sangue e d'anima. "Sento che le radici della mia vita non sono pi in me e che l'infinito  l dove tu ti volgi" dice l'inebriato quando sta per ricevere l'annunzio della maternit. Egli medesimo ascende alle pi alte note del canto nel celebrare la vita della sua vita.
Mi tornano nella memoria le parole dell'Antico mentre mi accomiato dalla creatura nuova che porta la costellazione di ferro nell'iride. Ella va a porsi tra Silvia Settala e Mila di Codra, non mutilata come l'una, non incenerita come l'altra, ma compiuta da un sacramento della Natura; non un vincolo ma un dono; pi che un dono: un Segno. "Or teco pensa, che bellezza dovea essere in lei, alla quale parea si convenisse lo suo dolore!"

Scomparsa la donna dalla scena, il ritmo funebre interrotto ricomincia; ma or sembra condurre l'eroe non pi verso il sacrificio e verso il sepolcro, s bene oltre l'amore e oltre la morte, l dove egli non possa "n soffrire n morire." Ancra persiste in lui il fascino della meloda quando ricorda al servo la notte di Milmil, il cerchio di fuochi, il suono delle tre canne dispari, i Neri che ascoltavano immobili "come se quel canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia".
Quale istinto lo inchina cos verso il "figlio del cratre"? Dice egli a Rudu: "Sei nato dentro un cratre spento, che si ridester". I cratri sono le fauci bacchiche della Terra. Il morituro cerca forse di compiere la sua ultima comunione con la Natura ignuda, con la Natura immune da ogni indagine della conoscenza, non violata dall'urto di alcuna civilt. Nell'isolano persiste il tipo primordiale dell'uomo. Costui vive fuori d'ogni epoca e fuori d'ogni ordine sociale. Non  all'estremo ma all'origine della sua stirpe. Egli ha perduto il ricordo del suo passato familiare, la nozione del suo stato civico, il senso della  domesticit.  in lui non so che riflesso del Coro originario obediente e compaziente, che vede come il dio soffra e come si trasfiguri. Egli non comprende ma sente, non conosce ma indovina. Sopra tutto, adora e obbedisce. La sua servit  cieca ma sublime. "Tu sei ancra capace di cantare con una voce pi ferma in un supplizio pi crudo, se io te lo comando." Si ripercuotono nella sua anima semplice le angosce del suo Signore; ed egli appare come l'imagine ripercossa del demone dionisiaco che, dinanzi a lui, si agita e si manifesta. Al suo contatto, l'eroe doloroso  riassalito da un sbito accesso di selvaggia allegrezza. "Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele e che mi ritorni la smania della guerra." E ripreso dal fremito oscuro della superstizione, ridiventa aleatore, si arrischia di nuovo al gioco facile e terribile per rievocare la potenza della sua volont che un tempo interrogava la Sorte ma soltanto per contrariarla, ma soltanto per afferrarla alla gola come Alessandro fece della Pitia sul tripode. "Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?" gli dice il servo. "Mi leggi nell'occhio?" egli risponde; e sa che  nell'occhio non ha lo sguardo della volont invincibile ma lo sguardo stesso del fato che lo possiede e lo trae. Dalla pelle del leone, distesa sul pavimento per ricevere il getto della moneta romana, si leva allora l'imagine di "una gloria che fu silenziosa". Ed egli, che non ha immortalit fuori del Deserto, esprime l'uno de' suoi due grandi vti funebri: "Accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti". Ha veduto nella sua visione, sopra l'isola fiorita d'asfodeli e commossa dall'nsito dei giganti dormienti, l'altare ciclopico di macigni non cementati se non dal tritume dei millennii.
Cos vedr nell'ombra della basilica romana il colosso di pietra "quasi belva, quasi dio"; ed esprimer al fratello perduto l'altro vto, il supremo. "Portagli una corona di cipresso in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire."
Mirabile fato, quello del superstite domatore di fiumi! Per riuscire a inventare la sua virt, qual somma di forze ha dovuto egli raccogliere e costringere! Non lo sostiene alcuna ebrezza, n il fascino del canto, n la rivelazione dell'oltrepassato amore. Anche la sua volont di beneficio diviene inefficace. Egli conosce che ogni consolazione  vana per la creatura che pu soffrire sinch pi non senta la sua sofferenza. L'anima eroica respinge da s ogni cosa lene come la ruota che gira vertiginosamente. La compiuta virt genera la compiuta solitudine. E l'amico e la sorella partendosi da lui, gli ripetono la medesima dura parola: "Dove io vo, tu non puoi seguirmi". Egli  solo come nessun altro. L'acqua ha cessato di sorridere nell'Universo. Ma il regolatore dell'Elemento inesauribile sa dire a s stesso: - "Taci, o profondo. Conslati d'aver tutto perduto, se in te  rimasto quel senso nuovo che ti far scoprire domani la nuova sorgente".

"Luce su i culmini sola!" grida la voce dell'Orchestra, con una sonorit trionfale, lacerando il silenzio dell'aspettazione, prima che su l'altura scenica il velo si apra. La mia tragedia risponde a quel grido illuminando tutti i culmini. Ella celebra le pi ardue vittorie del coraggio umano su la  sventura e su la colpa. Ella interpreta con insolita audacia il mito di Promteo: la necessit del crimine che grava su l'uomo deliberato di elevarsi fino alla condizione titanica; e conferisce non so che selvaggio ardore patetico all'impeto iterato della volont singola verso l'universale, alla smnia di rompere la scorza dell'individuazione per sentir s unica essenza dell'Universo. Ella afferma ed esalta l'istinto agonale come solo creatore di bellezza e di signora nel mondo. Ella ricorda alla razza dei Caboto l'antichissima sua "vocazione d'oltremare", la sua prima sete d'avventura e di scoperta, la gioia di propagare di l da ogni confine lo splendore della patria, l'orgoglio di stampare l'orma latina nel suolo inospite. Misurando su l'arco romano la prominenza del sopracciglio consolare, ella offre alla terza Italia la visione augurale della sua nuova architettura considerata come il linguaggio della potenza, come il grande atto concorde della volont che muove i macigni, come il prodigio compiuto dall'ebrezza della volont che aspira a placarsi nell'arte. Ella in fine santifica il dolore che, trasmutato nella pi efficace energia stimolatrice, genera e conserva l'avvenire. Ella glorifica la donna sapiente in una sola cosa: nel donar s stessa. Dice: "La paura del dolore, la paura di soffrire, non pu essere abolita se non da una religione in cui l'Amore sia amato." Anche dice: "Che ciascun uomo si faccia degno di ricevere un annunzio di perpetuit, avendo fede nella Vita Eterna".
Tale, o amico,  la parola della tragedia abominevole che i catoncelli stercorarii - sia detto con sopportazione - consegnano ogni giorno alla vendetta popolare. Nessuna delle mie opere fu mai tanto vituperata, e nessuna mi sembra pi nobile di questa. Col canto senza musica ella si accorda agli esemplari augusti. Sorta dalla mia pi vigile angoscia con la spontaneit di un grido, ella sembra composta sotto l'insegnamento assiduo dei primi Tragedi. Ma gli accordi e i riscontri, che io discopro in lei se la contemplo, sono per me stesso inattesi: mi significano le divine analogie della vita ideale, le comunioni misteriose e quasi direi sotterranee che affratellano le creature dello spirito. Quando su la mano pallida ma forte di  Maria Vesta che alza il suo velo intravvedo l'ombra del braccio di Eracle che discopre il viso fedele d'Alcesti tornante dall'Ade, io riconosco l'eternit della poesia che abolisce l'errore del tempo. Anche riconosco la verit e la purit della mia arte moderna; che cammina col suo passo inimitabile, con la movenza che  propria di lei sola, ma sempre su la vasta via diritta segnata dai monumenti dei poeti padri.
Per ci io mi considero maestro legittimo; e voglio essere e sono il maestro che per gli Italiani riassume nella sua dottrina le tradizioni e le aspirazioni del gran sangue ond' nato: non un seduttore n un corruttore, s bene un infaticabile animatore che ccita gli spiriti non soltanto con le opere scritte ma con i giorni trascorsi leggermente nell'esercizio della pi dura disciplina. Le figure della mia poesia insegnano la necessit dell'eroismo. Uscito  dalle mie fornaci il solo poema di vita totale - vera e propria "Rappresentazione di Anima e di Corpo" - che sia apparso in Italia dopo la Comedia. Questo poema si chiama Laus Vitae:  composto con un'arte demoniaca come quella che foggia gli specchi magici; e opera per continua metamorfosi su le imagini del mondo visibile trasmutandole in segni luminosi del mistero interiore.  il ditirambo delle origini e delle profondit. L'anima vi si agita nel canto come una Menade che abbia rapito il segreto a Orfeo prima di lacerarlo; ma sempre la segue l'ombra eleusina,

l'ombra del mietitore
indicibile che innanzi
agli epopti mieteva
la spiga di grano in silenzio.

Colui che sa leggere quelle grandi strofe eguali e sempre diverse, regolate dall'impari numero delle sette Pleiadi e delle tre Criti, colui s'affaccia alla soglia dell'Avvenire e intravvede i primi lineamenti dell'essere che sta per formarsi figlio della nostra angoscia meravigliosa e del pi divino mito.
Due fra tanti insegnamenti colui ritenga con pi strenua tenacia, perch sono i due poli del nuovo asse spirituale: due arti eroiche: l'arte di inventare ogni giorno la sua propria virt contro l'evento, e l'arte  di serbarsi puro. Tutto il poema converge alla Legge di Delo come la piramide al suo apice.

Or tu, nella mia dipartita,
o Rupe, da tutta la tua
nudit cui pi non fa velo
il fumo delle ecatombi,
ripeti a me l'unica legge
cui voglio obbedire: SII PURO.

Anche gli eroi della mia tragedia, travolti dalla sventura o sorpresi dall'Ate carnale, si sforzano di obbedire a quel comando e cercano di uccidere "la bestia inferma nel loro fango penoso". La mia recentissima opera sviluppa in forma tragica taluno dei pi attivi fermenti ond' fervido quel carme che il poeta considera come

il monumento al suo spirto
liberato e liberatore.

Che mai pu dunque significare e valere il tentativo di rivolta contro la mia signoria spirituale, basso e vano come una sommossa di schiavi ubriachi? Qual mai potenza pu oggi essere rivendicata contro la mia arte, se la mia arte ha celebrato e celebra nella pi schietta e pi energica lingua d'Italia le pi superbe e le pi sante potenze della vita? In nome di qual principe degno d'essere unto e coronato re domandano la mia deposizione i poveracci che si sfamano con gli avanzi dei miei conviti e i ladruncoli che trafugano i frutti caduti dagli alberi dei miei giardini? Come mai pu sperare, non dico di prevalere ma di giungermi al calcagno, il rancore servile dei troppi che, non sapendo avermi per maestro, m'hanno per padrone e rcano in fronte il mio marchio rosso e cercano invano di graffiarlo rompendosi le unghie - sia detto con sopportazione - non dissimili a quelle di Taide attuffata nella seconda bolgia?
Nessuno, certo, sa ridere pi tranquillamente di me. Per v' una specie avversa che riesce a privare della consueta sobriet le mie allegrezze. Non rado avviene ch'io trasmodi, e mi perdonino le Grazie decenti, quando il Catoblepa - la bestia plantgrada nominata nel Morgante del Pulci, "che va col capo in terra e colla bocca" - fa una buca nel mollicchio grufolando e m'insegna che quella  la divina  profondit a me preclusa; poi s'adira, digrigna, ringhia, crede di stritolarmi vivo e non s'accorge d'avere addentato una delle sue quattro zampe insensibili, gravi di grasso, di stupore e di mota.

Com' lieve oggi, o amico, la bellezza dell'Alpe di Luni! Anche la faccia del Tirreno  di s tenue purit che mi toglie il desiderio di risollevare gli occhi verso il cielo, perch appar quasi una imagine del cielo pi divina e pi vicina, simile forse a quell'estatica attesa che nei sereni impllida tutto l'occidente quand' per sgorgarne la lacrima di Espero. Ma l'Alpe mi fa volgere il capo in dietro e obliare il resto.
 ben quella che affocata dal tramonto diede a Dante ospite dei Malaspina la visione della Citt di Dite;  ben quella che il furente Buonarroti sviscer perch gli rendesse le sue creature imprigionate fin dall'alba dei tempi nella matrice marmorea;  la patria delle aquile nere e delle sentenze lapidarie,  la sostanza terrestre delle forme eterne. Ma oggi il suo travaglio ha tregua, la sua durezza si spetra. Non v'  nel mondo visibile, non nella mia memoria, una parvenza che le somigli. Forse, ora che mi ricordo, forse a lei smisurata e inesausta somiglia solo quel fiore parlio che in un giorno di felicit vidi sopra le sabbie del Flero attico e non lo colsi,

ah di s lieve
bellezza che parveci entrasse
in noi non pel varco dei sensi
ma com'entra un puro pensiero.

Tuttavia ella era ieri anche pi bella, mentre la contemplavo stando di l dalla folta selva di pini che mi nascondeva il mare. Non era ella come il sogno ieri ma come la vita, ma come una vita che sorgendo dalla pi remota malinconia e melodia della Terra si palesasse a sommo della rupe in quella guisa indicibile onde appare nello sguardo dell'uomo il sbito ardore dell'anima. La "materia prometa" sembrava a un tratto divenuta impaziente di attendere lo scalpello e il martello del Titano, pronta a foggiarsi da s medesima secondo la sua aspirazione, pronta a dare da s medesima alla sua massa l'effigie del suo spirito, in quella guisa indicibile onde  l'anima dell'uomo sembra crear dall'interno l'ossatura che la significa. E non mai la parola della sera aveva parlato nel mio cuore con una musica tanto religiosa.
La distesa umile dei campi era oscurata, sotto quella grandezza in punto di trasfigurare; e fumigava quasi cerulea di mirra senza odore. Io stava ai piedi d'un alto pioppo, ch'era l'ultimo d'un lungo ordine d'eguali; ed ecco, udii il fremito della cima, e alzai il capo a guardare. E la tregua della contemplazione fu rotta, perch invidiai l'albero; che  un uomo pi saggio e pi antico. Egli vedeva due spettacoli con la sua cima fremente: vedeva l'Alpe e vedeva il Mare. E io sentii con affanno, guardando il lucido moto delle frondi bicolori, sentii che lo spettacolo a me nascosto dal folto della selva era il pi bello. "Che mai sar la luce su la marina, se il suo riflesso  tanto bello su la montagna?"
Allora, meditando per i sentieri silvani, scopersi il viso virgineo di una semplice verit; il quale mi diede tanta gioia che mi compens di quell'affanno. E consacrai l'apparizione alla cima del pioppo candido, e il pioppo al mio dmone.

E Oggi, o amico, mentre ti offro questa mia opera e raduno le pagine ancor calde di un'altra e mi preparo alla dipartita autunnale, io rinnovo al dmone il voto di ieri: "Concedimi che in questo luogo dove tutto  alto e puro e degno di ripercuotere il grido fnebre di Niobe gi qui dalla mia anima udito, concedimi che in questa solitudine io termini di scolpire la mia propria statua secondo le leggi che m'assegnasti tu solo".

LA VERSILIANA, 30 novembre 1906.

 PI CHE L'AMORE.

 LE PERSONE DELLA TRAGEDIA.
MARIA E VIRGINIO VESTA.

CORRADO BRANDO.

MARCO DLIO.
GIOVANNI CONTI.


RUDU.








Il luogo dell'azione  la terza Roma.
Il tempo dell'azione  al principio della primavera, tra due vespri.

 PRELUDIO.

Un Ulisside egli era.
Perpetuo deso della terra
incognita l'avido cuore
gli affaticava, deso
d'errare in sempre pi grande
spazio, di compiere nuova
esperienza di genti
e di perigli e di odori
terrestri. Come le schiave
di Bitinia o di Frigia
recavano in letto corintio
l'indelebile aroma
natale, cos le sue patrie
remote nell'anima sua
voluttuosamente
odoravano.
Laus Vit, XV.

 MOTIVI PER UN PRELUDIO SINFONICO.
Vespero, luce sui culmini sola, membra d'oro titaniche sparse nella montuosa nube, o morte e bellezza diffuse per tutto lo spazio!
Ecco la mia agonia, ecco la mia agonia.
Fatto  il vespero su la nudit dei fiori primi, su la primavera impube ancor nuda di foglie, che tocca a quando a quando le rinate creature con le mille e mille dita leggre della sbita pioggia. E ancra la pioggia intermessa arieggia nell'aria la sorella sua bianca.
Ecco la mia agonia.
Colui ch' dato al sepolcro, o profonde radici, vuole interrogarvi. Ditegli il segreto di sotterra, che vi nutre; ditegli la parola senza voce, onde traete la duplice forza del discendere e del salire, l'amore della terra  e del cielo. Una cosa , ch'ei non vede. Una cosa non vede colui che os mirar con occhi novelli un tempo novello.
Madre, perch mi fendesti pel mezzo la plpebra molle e v'includesti la cecit dello sguardo carnale che si corrompe? Sol perch ne sgorghi l'onda di quell'oceano amaro che da tutti i petti si leva fino in sommo delle gote e trabocca. Ma non pianger.

Sento il prodigio. Agita anche il moriente quel delirio ch'entr in ogni ramo per esprimere fiore e semenza?
Impeto del Canto, fremito dell'infinita Lira!
Forse una grande Musa cammina in quest'ora per un cammino terrestre, non veduta, che gli uomini ignari chinano gli occhi su le scodelle fumanti. Forse va sola e scalza su l'antico basalto, nella solitudine ostiense; forse dalla selva laurntia va verso la via delle Tombe, o forse lungh'esse le muraglie del porto sepolte e sommerse. Passa tra gli stipiti eretti della Porta Marina; ode appressarsi alla foce la nave carica della fortuna di Roma. E i lauri intorno al capo chiomoso brillano irti come ferri di lance che il sangue del vespero arrossa.
Volont occhichiara, figlia di Pallade e del Satiro, gioia dello stupro divino, concepita in un altissimo grido, primogenita d'un altra generazione di Muse, ti sovvenga del regno lontano!
Il ciel della sera aveva sopra noi il colore del tndine; che pallido  come la perla ineffabile, palesato nella ferita. E non di fronda fu irto il coraggio nel rischio ma d'una selva di braccia. Il corpo d'un solo parve numeroso come il numero ostile: fu d'improvviso una folla possente, una moltitudine di titni al comando di un re senza clava. E udivam dietro noi garrire la bandiera invisibile nel vento del mare, il bttito della vela d'Ulisse sfuggita alla scotta. E tutta la sabbia era come la pelle distesa d'un immenso leone. Ed eravi un re, un re nel Deserto: il cuore carnale, non maggiore della man chiusa; ma l'intera grandezza del cielo pareva discendere nei pulmoni che l'avvolgevano aerei, conversa in sovrumano respiro.
O grandezza! La pi grande  la pi sconosciuta.

Ora verso qual plaga del cielo io lever la mia bocca?
Ecco che l'aquila viene con grave remeggio recando nell'unghie una salma pesante come il mio destino ferrato.  l'aquila? o la mia speranza rapace che rise troppo presso alla folgore?
Nuove Erinni, figlie dell'Aurora e dell'Uomo, investigate il cuor mio, con lo scandaglio oceanico; e se da voi si discopra nel fondo altra cosa che un desiderio immortale, voi gettatelo come un frutto corrotto nel vicolo ingombro d'immondizia plebea. Ma se quel desiderio e il mio cuore sono un medesimo peso, lasciatelo nell'artiglio sublime, col segreto che non pu pi esser detto.

Laggi, laggi, l'Arco della Notte inalza il suo trionfo alle stelle. Ahi nero vino dell'agona che bere bisogna fino all'ultima goccia nella tazza dell'onta! Non mai tanto bella mi parve la sorte del naufrago che beve il lungo sorso del mare come un nutrimento eterno e ode nell'orecchio rempiuto l'ululo della sirena che lo chiama alla trasfigurazione notturna.
Tutto  cenere, tutto  silenzio. Libera alfine m' d'ogni strepito l'anima, lungi alla turba ventosa che non raccoglie se non il suo proprio murmure nei fri trafitti per l'osso del capo curvato.
Tutto  silenzio. Pi non canta lungo il fiume di gloria la viatrice dalla chioma irta di fronda: si ferma su la sacra foce e aspetta, poggiata a una spada larga come la pala d'un remo.
O Vittoria annitrente, vergine poledra pasciuta d'asfodeli, che vidi balzar dalla rupe di Ardea, dalla rocca del magnanimo Turno (splendeva nel balzo tra i quattro zoccoli il ventre candido come quel dell'airone) or perch mi torni nel sogno e m'incalzi?
Non te amo, non te; ma nel candore di un altro deserto la belva indicibile dalle grida feminee, la leonessa alata d'ali aquiline, armata d'acute mammelle che non nutrono uomo n dio.
Io la riveda! Io la riveda anche una volta, ne beva il soffio che odora del pasto cruento, m'erga nell'orrore del suo sguardo pi antico della Necessit e del Tempo, fiso al segno regale nella mia fronte non cancellato;  e attenda il primo raggio del Sole, quel che tutta faceva risonar la mia vigile vita come dardo scagliato contro simulacro di bronzo; e percosso da quello io precipiti sotto l'una branca protesa, e quivi rotto biancheggi nell'aridit sempiterna ossame d'eroe senza nome.

 IL PRIMO EPISODIO.

Appare una stanza spaziosa e imbiancata, nella casa di VIRGINIO VESTA, ingegnere d'acque; che sta lungo il Tevere, alla Marmorata, tra l'Aventino e il Testaccio. Una finestra  a man ritta, una porta a manca, un'altra in fondo. Alle pareti pendono tabelle di formule, tavole grafiche, grandi carte ove sono figurati i corsi dei fiumi dei torrenti dei canali, gli apparecchi delle fontane, gli spaccati delle cisterne delle condotte dei serbatoi delle chiuse delle dighe dei ponti, le opere di presa e di difesa, i congegni delle nuove macchine per inalzare condurre governare le acque. Scaffali bassi ricorrono intorno, carichi di volumi. Una tavola robusta  presso la finestra;  e sopra vi sono i larghi fogli per disegnare, le righe le squadre le seste le matite gli inchiostri, tutti insomma gli strumenti dell'arte; e v' anche di metallo il modello d'un ariete idraulico, di legno il modello d'un ponte a tre archi, in un vaso di vetro un mazzo di violette. Non questi fiori soltanto interrompono la semplicit rigorosa ma anche alcune imagini sublimi: il busto di Dante, il ritratto a sanguigna della vecchiezza di Leonardo, la testa dello Schiavo di Michelangelo, la maschera di Ludwig van Beethoven formata da Franz Klein nel 1812, il calco della statua mutilata che fu tratta dal frontone occidentale del Partenone, creduta da taluno il simulacro fluviatile dell'Ilisso attico.
 un pomeriggio di marzo, mutevole, in cui s'avvicendano gli scrosci di pioggia e gli sprazzi di sole. Per la finestra si scorgono i lecci i pini i cipressi dell'Aventino, Santa Maria del Priorato, la villa dei Cavalieri di Malta, i mandorli sul clivo erboso, le vecchie muraglie coperte di edera.

VIRGINIO VESTA  in piedi, contro la tavola del suo lavoro, nell'atto di tirare una linea retta sul foglio. CORRADO BRANDO si muove per la stanza inquietamente; nel parlare si sofferma o tendendosi verso l'amico si appoggia allo spigolo della tavola o si pianta dinanzi alla maschera titanica o si lascia cadere su una scranna e poi di sbito balza e riprende a far le volte del leone. Qualcosa di violento e di subitaneo  in tutte le sue movenze, e un'aspra passione gli dirompe la voce.

CORRADO BRANDO.

La linea retta, quella che tu segni l con la tua riga d'acciaio: una mta certa; e sia pure una ruina certa, la caduta irreparabile, lo stroncamento dei due gomiti  e delle due ginocchia; ma un s o un no. Intendi? Questo volevo dalla vita.
VIRGINIO lascia il tiralinee e la riga, alzando il capo.

VIRGINIO VESTA.

E la vita non ti ha gi risposto?

CORRADO.

Come?

VIRGINIO.

Sei ancora di qua dai trent'anni, e hai gi potuto compiere una grande azione.
Il rancore indurisce lo sguardo dell'inquieto e gli contrae la bocca.

CORRADO.

Senza gloria, a beneficio altrui.

VIRGINIO.

Che importa? Sei tu di quelli che hanno bisogno della fanfara per muovere all'assalto e della mercede per combattere?

CORRADO, impetuosamente.

Sono di quelli che portano dentro di s la bestia selvaggia e, lontani dal deserto, nella ressa degli uomini, non hanno altra scelta se non tra la cupidigia e la mortificazione, tra il crimine e l'ignavia.
Egli si sofferma davanti alla maschera che l'attira.

VIRGINIO.

Guardala bene, la maschera del sordo Beethoven. T'insegna il coraggio e la solitudine, la pazienza e la lotta silenziosa. Pi la vita  constretta, pi  alta; pi s'inalza e pi diventa dura.


CORRADO.

Che m'insegna costui? M'insegna il furore e il turbine. Quando tua sorella suona qualcuna di quelle musiche, la tempesta solleva tutte le forze dell'anima e le aggira e poi le sbatte e schiaccia contro un muro di granito; oppure, lo sai, un artiglio ostinato ti scava nel vivo del cuore per ritrovarti e lacerarti le radici del sogno pi nascoste. Tu stesso allora diventi pallido.

VIRGINIO.

Perch sento sorgere dentro di me la mia vera vita che non  quella mediocre di tutti i giorni, in cui mi curvo e mi logoro.

CORRADO.

Che chiami tu la tua vera vita?


VIRGINIO.

Una potenza velata dalla sua stessa bellezza.

CORRADO.

Una potenza senz'atti, senza regno?

VIRGINIO.

Che trasfigura gli atti, che non ha limiti al suo regno; che di me, umile ingegnere idraulico irto di moduli logaritmici di formule trigonometriche e di equazioni generali, fa il regolatore dell'Elemento inesauribile che circola in tutte le creature viventi dalla pianta all'uomo, il signore dell'acqua mediatrice e macchinatrice, comune a tutto ci che vive, mista alla nostra carne e alla fibra dell'albero, eguale nel nostro cuore e nell'acino d'uva, nella nuvola e nella lacrima. E m'avviene di ripetere in me il cominciamento del Trattato di Leonardo, come una preghiera della mia infanzia, perch l'acqua  il sangue e la linfa del mondo. E, per pi conoscerla, pi l'amo, obbedendo alla sentenza di quel primo maestro; e quanto pi l'amo tanto pi so dominarla, perch l'amore mi trasmuta la mia scienza in arte e l'arte mi trasfonde nella cosa amata, di modo che l'intuito talvolta mi precorre il calcolo come se fosse nato in me un senso nuovo e in tutti i miei spiriti fosse qualcosa di simile a quell'acume che portano nell'udito i cercatori di sorgenti.


CORRADO.

Cos tu dici che la tua vita vera  la poesia.

VIRGINIO.

Ma la poesia  la realt assoluta,  l'essenza stessa dell'Universo; e la trovi qua in questa arida tabella di valori come l nelle linee dell'Ilisso fidiaco. Ogni scienza, posta in condizioni vitali, diventa un'arte. Per ci io che tratto i fiumi con argini e burghe, con chiuse e incili, ardisco tenere accanto all'archipenzolo il calco d'una statua fluviale che ornava la fronte del Partenone. Quando io freno un torrente con le mie briglie e le mie traverse, quando diramo per una pianura i miei canali irrigatori, quando imprigiono la polla dei monti nel mio tubo di ghisa e la conduco alla citt distante, quando traggo la massima forza dalla corrente e dalla cascata con la mia ruota e la mia turbna, io credo avere nel mio polso il battito dei ritmi fluidi; e l'eterna pulsazione dell'Elemento accompagna e infervora i miei calcoli esatti. E, se io determino l'angolo d'uno sbocco o una sezione di minima resistenza, la pressione di una condotta o lo spessore d'un serbatoio, la curva interna d'una paletta o la sua inclinazione sul raggio, io sento rinascere in me quel sentimento primitivo delle energie naturali che faceva religiosa l'anima dello statuario greco intento a figurare il mito cosmico nella statua bella. Anzi quel sentimento antichissimo diviene, in me moderno, ancor pi profondo e pio; perch la scienza rivelandomi le leggi della Natura mi ha ancor pi certamente mescolato al circolo delle forze inconsce. E, quando io traccio la linea stabilita dal mio calcolo, non meno ardua e non meno delicata di quella che circoscrive quel trso ammirabile, io sento il mio istinto tendersi verso l'apparizione di una bellezza nuova, perch la mia linea non trasmuta in effigie umana una energia naturale ma a questa imprime il moto della mia volont per condurla a un'opera pi varia e pi vasta, destinata non alla contemplazione ma all'azione, non all'ornamento del mondo ma alla conquista del mondo. Ed ecco che la furia del torrente  constretta nell'alveo, ecco che la terra irrigata moltiplica il pane, ecco che la citt si disseta si terge s'illumina si abbellisce si arma, beneficata dalla dispensatrice che senza stanchezza propaga e trasforma di congegno in congegno il suo potere. E, mentre io considero l'opera che non  fissa come quella statua ma  mobile come il mio cuore, sento veramente con l'Antico che "dall'acqua vien l'anima" e che quella  la stessa per cui la mia sete comunica con la sete di tutti gli uomini, la stessa per cui si compie il prodigio segreto nella macchina delle nostre ossa, la compagna dello sforzo e dello strazio umano, acre nel nostro sudore, amara nel nostro pianto.

CORRADO.

Anche tu soffii nel tuo sogno il male della tua anima, per consolarti.

VIRGINIO.

No. Il mio sogno  stabile e regge il mio peso.  il gradino su cui salgo per avvicinarmi alle mie speranze.

CORRADO.

Io non conosco se non quello che aderisce all'atto come il bagliore a ci che riluce. Il mio pi gran sogno aderiva alla mia vita, una notte di marzo, laggi nel paese dei Galla, di contro alla montagna coronata di fuochi, mentre giungeva di tratto in tratto al nostro piccolo campo il grido di  guerra rimbombante d'altura in altura gi pel fiume sconosciuto; e io avevo gli occhi bene aperti nel buio, il mio buon fucile tra le mani, fitta nel centro della mia volont la mta come un cneo, tutta vivente intorno a me l'immensit del Continente nero, nelle narici quell'odore d'Africa che non abbandona mai pi il cervello di chi l'ha fiutato una volta. Coricato sentivo la mia anca imprimersi nella terra molle con un cavo che poteva anche essere il principio della mia fossa; e allora tutte le tombe italiane sparse nelle vie tenebrose mi risplendevano innanzi all'anima pi che i fuochi dei Galla sul monte, mentre udivo nelle tregue del clamore nemico il respiro dei miei Sudanesi e dei  miei Somli accosciati tra le euforbie. Mi ricordo: era il 21 di marzo, l'equinozio di primavera. L'altrieri cadde il secondo anniversario.

VIRGINIO.

Devi averlo santificato.

CORRADO.

S, passando la notte in una bisca, tentando per l'ultima volta la fortuna ignobile con qualche biglietto untuoso.

VIRGINIO.

Perch cerchi di offendere e di scacciare cos crudamente l'eroe che  dentro di te?

CORRADO.

 dentro di me? Dunque  prigioniero. E ogni prigioniero si fa astuto e malvagio; o diventa folle, ritrova la sua libert nella follia. L'aria vivida, il pericolo prossimo, il cuore pieno d'allegra temerit: ecco quel che gli converrebbe.

VIRGINIO.

E non sai dunque aspettare?

CORRADO.

Aspettare che cosa? Quando l'albero  divenuto grande, che cosa aspetta? La folgore? Ma anche la folgore tarda, o non vien mai.

VIRGINIO.

Aspettare il tuo giorno, disciplinando la tua forza.

CORRADO.

Ah, la forza immobile nell'attesa dell'esplosione! Conosco questa  attitudine.  ben quella di molti tra i nostri coetanei, oggi. Hanno sempre in mano la miccia accesa, e la guardano mentre si consuma, finch non si sentano bruciare le dita. I pi accorti, invece della miccia, accendono un fuoco di bengala coi colori nazionali. E gridano di tratto in tratto: " tempo. I tempi sono prossimi". Tempo di che?

VIRGINIO.

Quando tutta una generazione aspira verso un nuovo Ideale  segno che i grandi esemplari stanno per riapparire dalla profondit della stirpe.

CORRADO.

O Virginio, l'Ideale posto fuori della vita  una specchiera publica  per vanesii e poltroni. L'Ideale d'un popolo magnanimo non precede i suoi fatti ma  l'irradiazione emanata dai suoi fatti nella lontananza del tempo. Com' d'un popolo, cos  d'un uomo. E io mi vergogno d'esser divenuto il comediante del mio Ideale, segnato a dito su i marciapiedi urbani. "L'uomo dalle spalle quadre" dicono " Corrado Brando, quello del Giuba. Il capo della spedizione l'ha molto lodato per la sua abilit nel cucinare la carne d'ippopotamo e nel cucire le ferite ai negri con lo spago. Ora vuol tornare in Africa, a ogni costo. Bella passione! Intanto si esercita su per le scale dei Ministeri e della Societ geografica, in questue; e passa le notti nelle bische per veder O di vincere, o di barare, alcune di quelle migliaia di lire che l'ingrata patria gli nega e che pur gli bisognano al fornimento. Ma come mai non porta a guinzaglio un paio di leoncini?"
Nel riso acre sembrano stridergli i denti.

VIRGINIO.

No, non ridere di quel riso cattivo. Tu affermi che la contraddizione e la guerra sono per la tua natura gli stimoli pi efficaci a vivere e ad amare la vita. Ed ecco, l'impedimento ti esaspera e ti disgusta! Ma non v' eroismo senza impedimento: l'una cosa e l'altra sono indissolubili, come la nativit e il dolore.

CORRADO.

L'impedimento formidabile da abbattere o da sormontare; non l'inciampo, l'impaccio, l'intrigo.

VIRGINIO.

La povert, le miserie domestiche, i fastidii cotidiani, le bisogne umilianti ed estenuanti, la malattia, l'ingiustizia, l'ingratitudine, il dileggio: non sono queste le ombre di tante vite illustri a cui domandiamo ogni giorno il segno di luce per andar pi oltre?

CORRADO.

Pronto io sono, per la mia mta, a prendere su me quel che v'ha di peggio in terra, risoluto anche ai sacrifizii umani. Tu mandami l dove io ho lasciato la mia virt, e poi dammi da compiere quel che  pi difficile e pi atroce: io lo compir senza mai volgermi indietro n mai mettermi a giacere. Quel che non mi fa morire mi rende pi forte. Ma pur mandami e dimmi che io vado a morire, che avr il mio tumulo in una regione non mai calpesta da uomo bianco. Andr senza esitare, cantando. La sera che giunse a Roma la notizia della morte di Eugenio Ruspoli, il sentimento dell'invidia soverchi ogni altro e mi divor il cuore. A Burgi, su la via del Daua che primo aveva percorso, egli ha per monumento un ramo secco fitto in un mucchio di terra, agguagliato nel sepolcro ai capi della gente Amarr. Per quella via io voglio ritrovare le sue tracce, ma andar pi oltre, assai pi oltre, risalire il Daua, cercar di sciogliere l'enigma del fiume Omo... E poi... Ho il mio pensiero, anzi ho il mio impero, una parola romana da rendere italica: Teneo te, Africa. Ah, se tu potessi comprendere! Ah, se tu avessi provato una volta quel che io provai quando di l da Imi entrammo nella regione ignota, quando stampammo nel suolo vergine l'orma latina! Ancora vedo i branchi d'avoltoi e di cicogne levarsi sul Uebi, odo il fischio dell'aquila pescatrice...

VIRGINIO.

Ti comprendo. Comprendo la tua passione e la tua nostalgia; e, non so perch, m'aiuta un ricordo della nostra adolescenza, il ricordo di quella sera su la via Cassia quando ci smarrimmo e a notte ci ritrovammo su l'Arrone e tu volesti salire la rupe vulcanica  per entrare nelle rovine di Galera e tutta notte errasti aprendoti la via tra i pruni fitti, e all'alba eri stillante di sangue e di rugiada quando ti addormentasti sul tufo... Ti rammenti?

CORRADO.

Mi rammento. Presi la febbre. Allora il fiumicello Arrone bastava alla mia sete... Dianzi tu mi parlavi dell'acqua: tu la dmini e la governi e nondimeno l'ami, la tratti come una schiava divina... Ma ci sono ancra fiumi nel nostro paese? Non sono tutti disseccati? Ah, s, c' l il Tevere, carico di belletta e di storia; e tu sei uno di quelli che lo serrano tra due muraglioni lisci e diritti. Se fosse un poco pi piccolo potrebbe  forse anche entrare in un museo...
Beffardo ride; poi s'illumina di veggenza.

Dianzi tu mi parlavi di una specie di estasi. Imagini tu quella di Enrico Stanley che dall'alto di una collina scopre una delle massime arterie terrestri? il Lualaba, largo mille e quattrocento yarde, un immenso volume color di ferro, che non reca la storia degli uomini ma il mistero di millennii e millennii senza voce e senza nome. Gli occhi dell'esploratore erano grigi dalla nascita? Non ti sembra che debbano aver preso il colore di quell'acqua in quel primo sguardo? Rompe egli il silenzio per dire al fiume: "Ora il mio cmpito  di seguirti fino all'Oceano".  Parola nuda che gareggia di grandezza con la corrente. Dammi un tal cmpito; e ti giuro che gli sar pari. Io sono un Italiano della razza dei Caboto, e la terra della mia virt si chiama anch'essa Primavista.

VIRGINIO.

Attendi. La passione e la volont affascinano l'evento.

CORRADO.

Non posso pi attendere. La passione, quando non si esalta ed esala in atti e in opere, pesa in noi col peso della bestialit pi greve o ci avvelena con fermenti di odio. Tutti i miei istinti balzano oggi in guerra contro l'ordine che mi opprime. Ecco una energia tesa e pronta: un coraggio lucido in  un corpo disciplinato. Dico: "Adoperatemi. Mandatemi al segno". Mi vien risposto con parole ambigue, con sorrisi prudenti e vili. Dietro quelle promesse irrisorie, dietro quegli indugi scaltri sento la gelosia attiva dell'antico mio capo, che  divenuto il mio rivale implacabile. Tu per aver troppo guardato l'acqua hai forse poco guardato la vita, e non hai mai veduto da vicino la mano che uccide con precauzione. Ben avrei potuto io liberarmi cautamente di colui se, nel paese dei Gurra, quando era sfinito dalla febbre e delirante, lo avessi abbandonato nella melma sotto l'acquazzone, invece di fargli ingozzare una manciata di chinino e di caricarmelo sul muletto... Ti confesso il mio rammarico.


VIRGINIO.

No, non ti calunniare. Non ti lasciar torcere il cuore dall'amarezza. Ti so generoso come nessun altro.

CORRADO.

Mi son lamentato io forse? Non ho sempre serrato i denti per tener la lingua in freno? Ho lasciato agli altri la millanteria, ho tenuto per me l'orgoglio. Ma dimmi: chi  il capo se non il pi forte? Quando nell'altipiano fra l'Auata e il Daua gli uomini divorarono l'ultima razione, e la febbre la dissenteria la fame, tutti i mali s'abbatterono su la nostra torma gi decimata, e i Neri sfiniti dalla stanchezza dal digiuno dai reumi, gonfi d'umidit o grinzi come i sacchi vuoti, cadevano a terra, sbito coperti dalle mosche, boccheggiavano nella melma, si nascondevano nei cespugli per morire; e da quelle povere labbra attaccate alle gengive non passava pi se non la parola sepolcrale: "Kalas, basta!", chi fu che solo non cess mai dal gridare l'altra parola: "Avanti!" ed ebbe animo di trascinare verso la mta la sua stessa carne miserabile?

VIRGINIO.

Che temi dunque, se ti resta quell'animo?

CORRADO.

Temo di perderlo, in questa vita di vergogna. La notte, quando rientro a casa, dopo aver respirato per ore ed ore l'aria infetta, non lo sospendo forse nell'anticamera come un cencio molle e sucido? Ti dico che cos mi sembra, certe volte. Alla tavola del giuoco non sento soltanto contro il mio gmito il gmito altrui, sento l'orrore del contagio che mi corrompe; e il fissare atrocemente gli occhi obliqui della sorte, innanzi a me, non m'impedisce di scorgere il mio stesso sguardo tra le palpebre gonfie dei bari.

VIRGINIO.

Insensato, insensato, tu sei davanti alla tua cima; e, per l'impazienza di ascendere, discendi pi basso, sempre pi basso! Quando tu penetri nell'abisso e vi t'indugi, l'abisso penetra in te. Non lo sai?

CORRADO.

E che importa, se riesco poi a risalire e a scoprire le nuove stelle?

VIRGINIO.

E, se non riesci, che ti rimane? Quel che dispregi negli altri: una spina dorsale fiaccata, un cuore stanco e impudente, una volont instabile, un'ala monca per svolazzare...

CORRADO.

No; perch io ho affrettata la mia caduta, volendo giungere in alto.

VIRGINIO.

Parola sibillina.

CORRADO.

Forse. Te l'ho gi detto. Non esito a prendere su me stesso quel che v'ha di peggio.

VIRGINIO.

Pi degno di te era, nell'attesa, riprendere la tua arte: non giocare ma fondare, non rischiare ma edificare.

CORRADO.

La mia arte! Fondare, edificare! Sogni tu sempre? Ingegnere idraulico, tu signoreggi il sangue e la linfa del mondo. Ma, in realt, ora tu distruggi una bellezza creata dalla vicenda delle alluvioni, dalla miseria degli uomini, dalla crosta dei secoli; in realt, tu cancelli i segni d'una scrittura venerabile, per sostituirvi un muraglione biancastro e brutale, che nulla esprime e nulla commemora. E io? che potrei io fare? tornare in Sardegna, al Monteferru, a saggiar qualche miniera esausta? o mettermi al servigio d'un intraprenditore ladro? costruirgli su false fondamenta riempite di macerie una grossa gabbia crivellata di buchi per ingabbiare la scrofola e l'epilessia dei proletarii?

VIRGINIO.

Le nuove materie - il ferro, il vetro, i cementi - domandano di essere inalzate alla vita armoniosa nelle invenzioni della nuova architettura.

CORRADO.

Un popolo ha l'architettura che meritano la robustezza delle sue ossa e la nobilt della sua fronte. Nell'arco romano non senti tu la prominenza del sopracciglio consolare? Se tu fossi sostenuto e sollevato dalla piena vita della tua gente, la tua muraglia tiberina non sarebbe destituita d'ogni stile ma - come il valore di uno spirito crea l'aria d'un volto - sotto le mani delle tue maestranze libere una grande idea si manifesterebbe nelle linee nei rilievi nelle commettiture delle pietre: Roma esprimerebbe anche una volta, col linguaggio lapideo che solo le conviene, la sua volont di ricongiungersi al Mare che solo di lei  degno.

VIRGINIO.

 vero. Ogni alto sforzo oggi  solitario, ogni armonia  contrariata dalla sterile inquietudine.


CORRADO.

O Virginio, invece di mendicare da un burocrte sonnacchioso la licenza d'immolarmi, allora io potrei forse divenire un costruttore di citt su terre di conquista, ritrovare quell'architettura coloniale che i Romani piantarono nell'Africa degli Scipioni. Guarda le Terme di Cherchell, il fro di Thimgad, il pretorio di Lambesi. Intorno a un campo trincerato per contenere i nmadi, ecco sorgere di sbito una citt marziale, alzata dalle coorti dei veterani! Ebbene, io sono modesto: oggi mi contento di rischiare la pelle per sapere se l'Omo appartenga al sistema del Nilo o sbocchi nel lago Rodolfo. Non domando neppure gli augurii per viatico. Vado solo.

VIRGINIO.

Parti?

CORRADO.

Parto.

VIRGINIO.

Quando?

CORRADO.

Senza indugio.

VIRGINIO.

Per dove?

CORRADO.

Per Brava, per la Costa Orientale, dove m'aspetta Ugo Ferrandi. La mia sete io non la estinguer se non ai pozzi di Aubcar.


VIRGINIO.

Hai dunque tutto ottenuto?

CORRADO.

Nulla.

VIRGINIO.

E allora?

CORRADO.

Gaetano Casati and a raggiungere Romolo Gessi coi soli mezzi necessarii per arrivare a Kartum.

VIRGINIO.

Hai vinto al giuoco?
Tace il violento per alcuni attimi; si allontana, poi si riaccosta: ha l'occhio torbido e fisso.

CORRADO.

L'altra notte, la notte dell'anniversario, sul tappeto verde c'era  denaro bastevole per arruolare armare ed equipaggiare una scorta di duecento scari con muli asini cammelli vettovaglie e mercanzie di scambio. Mentre la sorte nemica di colpo in colpo mi riduceva inesorabilmente al muro, io seguivo nella mia imaginazione tutta l'opera dell'allestimento; e vedevo sul tristo sabbione della costa le mie balle, le mie casse, le mie tende e i miei uomini e le mie bestie da soma e da macello, e l'ombra mostruosa delle gigantesche ceppaie senza foglie su la duna oceanica. Gli orecchi mi rombavano come se avessi preso dieci grammi di chinino, e sentivo intorno alla mia persona non so che aura isolante. Di tratto in tratto la mia visione s'interrompeva, e intorno m'apparivano i miei compagni di giuoco ridicoli e miserevoli come nell'incoerenza d'un sogno, anemici o apoplettici, giallognoli o scarlatti, alcuni rasi e flosci come istrioni, altri imbellettati e tinti come meretrici; e il lezzo nauseante delle pomate e dei fiati guasti si mescolava in me all'odore imaginario della mia carovana e al soffio dell'Oceano Indico. Ma l'uomo che teneva il banco era spaventoso: il suo cranio calvo, con in mezzo un solo ciuffetto crespo, mi ricordava un cammelliere tunno, e il suo grosso labbro pendente mi ricordava una vecchia arpia venditrice di burro che avevo veduta al mercato di Brbera. Il denaro s'accumulava dinanzi a lui; ed egli lo radunava  senza fretta, separando la carta dall'oro, con una mano di quadrmane mezzo nascosta dal polsino inamidato. Poco rimaneva agli altri; a me un gruzzolo d'oro, quanto n'entra nel pugno. E ciascuno sentiva che su la tavola il vortice silenzioso continuava a volgersi per il verso di quell'uomo, e che era impossibile salvare quei resti. Rividi uno dei miei Sudanesi, un colosso, piombato dall'alto in un gorgo del Uelml, aggirato come un guscio di banana, inghiottito in un attimo. Pareva che mi risalisse al cervello l'idromele dei Galla, o che mi tornasse improvviso un accesso del mukunguru, della febbre d'Africa. Avevo un dolore sordo tra le spalle, il battito alle tempie, lampi d'allucinazione negli occhi. Raccogliendo quel poco d'oro per puntare, mi venne in mente - non so perch - il modo che tennero i Somli nell'uccidere Pietro Sacconi mentre parlamentavano: uno gli gett in viso una manata di sabbia, un altro gli diede un colpo di lancia nel costato. L'imagine interna fu cos forte che mi comunic ai muscoli uno di quei due moti; la riscossa della volont riesc a trattenere il braccio che era per scagliare la manata di metallo sul viso dell'uomo calvo, ma non cos che il mio gesto nel porre la posta non apparisse scorretto. Colui lev gli occhi bianchicci, e io vidi sul suo grosso labbro una parola acre spuntare e rientrare. Egli aveva incontrato il mio sguardo  e non aveva osato. Non so quale fosse l'attitudine dei presenti in quel punto, perch da una banda e dall'altra vedevo buio come nella notte di due anni innanzi tra le euforbie abbattute dal passaggio degli elefanti. E qualche cosa di opaco, di carnale m'ingombrava dentro. Sentivo in quell'uomo la paura fisica di me, e in me la facilit di annientarlo. Sapevo che avrei potuto prenderlo per la collottola e ch'egli si sarebbe lasciato scuotere senza rivoltarsi, come quei cani che s'abbiosciano sotto il castigo e nel pugno del padrone diventano tutta pelle mencia. Lo avrei scosso dicendogli: "Lascia l il bottino che non  tuo, bestia immonda; serve a me, alla mia idea, alla mia passione; mi serve a morire come mi piace in qualche parte che non sia quella che tu appesti". Ma allora anche l'ultima posta fu perduta. E allora giocai su la parola, vertiginosamente. A un certo punto udii la mia voce dire nel silenzio, chiara e ferma: "Voglio pagare il mio debito con una moneta che porti la mia effigie". Sussultai con un po' di freddo nella radice dei capelli; e, ridivenuto lucido, guardai intorno alla tavola. Tutti erano fissi nel fascino della sorte: nessuno aveva udito. La mia voce era rimasta in me.
A poco a poco, nel racconto egli s' lasciato trascinare dall'istinto micidiale ed ha rivissuto con straordinaria potenza nell'orrore di quella tentazione notturna. Ora si arresta, preso da un fugace smarrimento. Ma sbito riacquista il dominio di s; e riafferra l'ironia contro l'amico sconvolto.


VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Che hai? Sei commosso.

VIRGINIO.

S. Mi fai pena.

CORRADO.

Mi hai visto pronto alla rapina? Che pensiero t' passato per la mente? Ti aspetti ora una confessione terribile?
Il riso gli riluce sui denti.

VIRGINIO.

Tu mi sembri malato.

CORRADO.

Perch t'ho raccontato un sogno d'infermo?


VIRGINIO.

C' qualche cosa d'estraneo in te.

CORRADO.

Che cosa?

VIRGINIO.

Non so. Ma tu parli, parli; e sento che le parole girano sempre intorno a un pensiero che resta celato.

CORRADO.

Altro  il pensiero, altro  l'atto, altro  l'imagine dell'atto. Intorno a quale di queste tre cose io giro?

VIRGINIO.

Corrado, ti prego: non tener lontano da te con questa ironia  convulsa il tuo amico che sente in fondo a te l'angoscia chiusa e vorrebbe avvicinarsi al tuo cuore.

CORRADO.

Confessa: tu m'hai in sospetto.

VIRGINIO.

In sospetto di che?

CORRADO.

D'aver santificato l'anniversario al modo dei Somli.

VIRGINIO.

Ma che dici? Ma perch seguiti a nasconderti dietro quel falso riso? Tu soffri.

CORRADO.

Vedi che non puoi dissimulare la tua commozione.


VIRGINIO.

Sono il tuo amico, il tuo fratello, da anni e anni; so quel che vale la tua speranza; e ti sento in pericolo.

CORRADO.

In pericolo di che?

VIRGINIO.

Penso a quel che dicevi, dianzi, del prigioniero; che incattivisce o ritrova la libert nella follia.

CORRADO.

Cerco, infatti, la mia libert. Ho abolito il mio passato dietro di me, ho schiacciata la vecchia maschera brutalmente, come col calcio del fucile si fa del ceffo d'uno schiavo una cosa informe. La mia ultima solitudine incomincia. Io non posso pi essere il tuo amico.

VIRGINIO.

E perch mi rinneghi?

CORRADO.

Perch, se tu vuoi avere un amico, bisogna che tu voglia anche fare la guerra per lui.

VIRGINIO.

Quando io lotto contro di te, allora sono pi vicino al tuo cuore.

CORRADO.

Tu lotti contro la mia ragione di vivere. Per te la vita  un dovere? Per altri  una fatalit, per altri un inganno; per me  un mezzo di esperimento e di conoscimento, una vicenda di rischi e di vittorie. Quel che tu chiami la mia speranza esige un'anima guerriera, la pi dura scorza, la ricerca di ci che non fu osato, la capacit di fare anche il male, di abbattere i termini, di mettersi fuori della legge. Ed ecco, tu sei sconvolto in tutta la tua coscienza quando io ti mostro il primo movimento di un istinto ferino.

VIRGINIO.

E non faccio io dunque la guerra per te contro quell'istinto? Se tu vuoi essere un eroe, non devi domarlo? Io misuro gli eroi dal loro cuore. Tanto sono pi grandi quanto pi tenacemente la loro forza  radicata nella bont feconda.


CORRADO.

La bont  avida di legami; e il mio destino  nel continuo distacco, nella necessit di abbandonare sempre qualcosa o qualcuno: un'idea, una riva, un essere caro. Andando alla mia impresa, non tanto cerco la gloria quanto la lontananza. O Virginio, per sapere che sia la potenza della solitudine, bisogna aver piantato i piedi in una di quelle regioni incognite ove l'uomo crede sentire sotto di s la totalit della Terra. O forse basta guardare quella maschera di Titano.  l'isola dello spirito, e non v' nulla intorno fuorch la tempesta.

VIRGINIO.

Eppure colui ha detto: "Non riconosco altro segno di preminenza umana se non la bont".  una delle sue parole.

CORRADO.

Questo ha detto? Con quella fronte rocciosa, con quelle mascelle capaci di stritolare un ciottolo, con quella bocca che sembra chiusa per impedire l'irruzione di una vampa, con quel naso corto e largo come un ceffo leonino!

VIRGINIO.

Eppure chi lo vide sorridere una volta non vide poi nulla di pi dolce nel mondo. E mia sorella ha letto, non so dove, che Rellstab faceva uno sforzo per non piangere vedendo la tristezza di quegli occhi.


CORRADO.

Occhi terribili, pieni di dolore e di furore, cos fiammeggianti in fondo alle occhiaie, che nessuno seppe mai veramente di che colore fossero. La gente si voltava nella via, colpita da quella violenza. Conosci il suo aspetto? Era tarchiato, di ossa massicce, di collo muscoloso, con una faccia rossastra come il mattone d'un mstio infoscato dal tempo, con una fossa nel mento come una cicatrice, con una criniera serpentosa che faceva pensare alla Gorgne. Uno che lo vide lo assomigli al re Lear sotto l'uragano. In una sua lettera c' questo grido selvaggio: "Voglio afferrare il destino alla gola". E  dalla sua sinfonia sorge una forza che sempre afferrer alla gola gli uomini.

VIRGINIO.

 vero. Ma pensa alla divina ingenuit del suo amore per Giulietta Guicciardi; pensa alla sua passione chiusa e fedele per Teresa di Brunswick.

CORRADO.

L'una lo condusse fino alla tentazione del suicidio, l'altra gli apr una piaga immedicabile. L'una e l'altra lo lasciarono solo, dopo averlo aggravato di dolore. Entrambe compirono su l'eroe una opera sterile. Egli non ebbe figli se non dall'Eternit.
China il capo sotto il peso d'un pensiero oscuro, e resta immobile per alcuni attimi. Passa un intervallo di silenzio. VIRGINIO esita prima di parlare. Una timidit penosa spegne la sua voce.

VIRGINIO.

Tu ti difendi dunque... dall'amore? Non ami... nessuno?
Un'altra pausa. Un'angoscia subitanea stringe i due uomini.

CORRADO.

Perch... mi chiedi questo?

VIRGINIO.

Ho toccato in te... qualche cosa di vivo?

CORRADO.

Virginio, tu tremi dentro. Anch'io -  vero - ho l'angoscia dentro di me. Vivere non  soltanto soffrire ma  anche far soffrire.


VIRGINIO.

Non potendo pi essere il mio amico, sei tu divenuto il mio nemico?

CORRADO.

Non dar peso a quel che ho detto. Qualche volta non so che mostro si generi in fondo a me: un groppo di vite discordi che lottano tra di loro per disgiungersi e per andarsene in disparte a divorare qualche cosa nel mondo o almeno a rovesciar qualche idolo... Non so. Perdonami.
Una pausa.
Questa  la tua casa. Quando io sono entrato, tu lavoravi in pace, al sicuro. Tu tiravi le tue linee. Tutto era semplice. La luce di quella finestra ti bastava. Queste quattro mura ti proteggevano.

VIRGINIO.

Corrado, ti ricordi di quella stanza che avevamo in due, nelle vicinanze dell'Istituto Tecnico, a San Pietro in Vincoli, quando andavamo a scuola?

CORRADO.

Mi ricordo. Sar ancra come la lasciammo? Chi vivr l dentro? Chi dormir nei nostri due letti? Mi ricordo bene. Qualche volta avevamo fame.

VIRGINIO.

Quel busto di Dante era tra il tuo letto e il mio. Lo comperammo da un formatore di gessi. E quel giorno appunto avemmo fame. Ma ci sentimmo pi forti. La stanza meschina si fece grande. Ti ricordi?

CORRADO.

S.

VIRGINIO.

A pochi passi di l, nella basilica, in fondo alla navata destra, avevamo un altro patrono.

CORRADO.

Il Mos.

VIRGINIO.

Ti ricordi? Quasi ogni sera, prima che si chiudesse la chiesa, andavamo a visitarlo. Ci appariva nell'ombra, quasi belva, quasi dio, massa enorme di volont e di orgoglio pronta a sollevarsi, pi potente di tutti i Profeti della Sistina.


CORRADO.

Aveva vissuto quasi trent'anni a faccia a faccia con Michelangelo, che pareva non potesse pi separarsene. Lo sai.

VIRGINIO.

 vero. Una sera uno di noi disse: "Michelangelo aveva un piccolo corpo curvo che non poteva sostenere su le sue vrtebre il peso e il tumulto dei dolori delle ire dei dispregi delle dominazioni delle vendette non compiute, gli scrosci e i turbini di tanta anima. Allora pens di crearsi un altro corpo di pietra gigantesco, e vi scaric e v'imprigion tutta la tempesta, per trent'anni. E lo fece pronto a cozzare e a percuotere". Quell'imaginazione ci divenne una fede viva; e da quella sera guardammo il colosso con un orrore pi religioso.

CORRADO.

Ah, chi ci render quelle sere di malinconia e di febbre quando mettevamo il nostro avvenire su quelle ginocchia di pietra e, rientrando fra le quattro pareti misere, la nostra povert ci pareva sublime come l'esilio dell'ospite muto?

VIRGINIO.

Il Buonarroti disse, per te: "Io son tenuto a amare pi me che gli altri". Anche soggiunse per te: "Non ho amici di nessuna sorte e non ne voglio". Tu ti mostri oggi fedele al suo insegnamento.

CORRADO rovescia indietro il capo nello sforzo del reprimere lo scatto della sua insofferenza, ma l'accento d'una tristezza quasi irosa gli irrita la voce.

CORRADO.

Io vorrei gi essere laggi, allo sbocco del fiume, supino sotto il mio tumulo di terra. Non so altro.

VIRGINIO.

La morte ci consacra, la vita ci profana. Questo sai. Non  molto, passando per quella via, cercai di riconoscere la vecchia casa. Era sventrata. Alzai gli occhi all'ultimo piano che non aveva pi tetto. E riconobbi l'interno della stanza da qualche brandello di carta sudicia rimasto a una delle pareti non demolita. Alla luce cruda la sola traccia della vita umana nel calcinaccio era l'immondizia.

CORRADO.

Anche tu, come sei triste! Ne parli come d'un presagio.

VIRGINIO.

Questa casa dove ci siamo ritrovati, dov'era rinata la nostra fraternit, avr la medesima sorte:  destinata alla demolizione. Fra qualche mese sar calcinaccio e immondizia. Ti sembravo al sicuro, qui. Siamo al sicuro, e la luce di quella finestra ci basta. Ma forse l'evento invisibile  gi intorno a noi o  nascosto in qualche angolo, e si mostrer d'un tratto, sinistro come la demolizione.


CORRADO.

 la prima volta che ti sento parlare del dolore e della necessit con una voce non ferma.

VIRGINIO.

Non tremo per me. V' una creatura accanto a me, che non soltanto fino a oggi ha vissuto la mia vita, ma ha fatto la mia vita. Dove credi tu che io abbia preso gli elementi per comporre la mia illusione, per formare la mia esistenza nel gioco del mondo? Quando sento in te ruggire i tuoi istinti e i tuoi mali che vogliono liberarsi, quando mi accorgo che il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni, anche le pi tristi, quando scopro in tutto il tuo essere quel movimento abituale della fiera che indietreggia e si contrae per balzare e ghermire, io ti combatto ma ti comprendo, perch tu hai veduto di continuo la comunanza e il conflitto degli uomini come un'ignominia e una ferocia senza nome, e l'ombra delle boscaglie nell'alto Daua t' parsa meno terribile che l'ombra delle leggi nella tua patria. Anch'io - lo sai - ho conosciuto tutto quel che  ignobile e tutto quel che  feroce; ma la natura ha voluto porre accanto a me un essere che comunica con tutte le cose pi delicate e pi fresche e me le rivela in ogni suo movimento, e col filo della sua semplicit mi conduce ogni giorno al segreto della poesia... Ah, veramente la sorella dell'acqua, con quel suo viso che   come la superficie d'una polla... Forse parlavo di lei quando credevo di parlare delle sorgenti...
S'interrompe; e pronunzia, a voce pi bassa, con un'espressione d'infinita tenerezza, il nome che sembra diffondergli dalle labbra su per tutta la faccia la sua qualit luminosa.
Maria!
L'amico, seduto, con la fronte poggiata alla mano, pareva celare il suo turbamento. Ora si protende con ansia a interrogare.

CORRADO.

Eri felice? Sei felice?

VIRGINIO.

Che  la felicit? e che vale? Credi tu che la felicit m'abbia aperto gli occhi su lei? Nati dello stesso sangue, eravamo sconosciuti l'uno all'altra, eravamo timidi e inquieti. Il suo sorriso stesso me la nascondeva. Ed ecco un giorno, d'improvviso, due vite si toccano e ne nasce un bene inaudito! Sai tu questo? Hai provato mai a brancolare nel buio, in una stanza, per cercare qualche oggetto familiare che ti ricordi di aver lasciato l, su la tavola, nello scaffale, in un luogo noto? Tu cerchi, cerchi, ed ecco la tua mano tocca inaspettatamente qualche cosa di vivo e di palpitante! Hai provato mai quel sussulto? Nello spavento, nell'angoscia, dinanzi all'agonia ci siamo incontrati, ci siamo confusi, abbiamo trovato il nostro bene: al capezzale del nostro padre, mentre udivamo bollire l'acqua in cui si sterilizzavano i ferri del chirurgo,  mentre il lettuccio di tortura era l con i suoi congegni e le sue ruote, mentre al nostro orrore il cancro era come una bestia acuta e mostruosa addentrata in quella povera carne nostra che non la saziava neppure del suo sfacelo... Dicevamo, con una sola voce che esciva da noi ma veniva da assai pi lontano: "Siamo qui, siamo qui". E la faccia aveva il colore della paglia che un colpo di vento porta via. Ora spariva sotto la maschera del cloroformio. E la goccia continua cadeva su la garza contando gli attimi e l'eternit della nostra pena; e non si vedeva se non la bocca convulsa che gridava verso di noi le parole che si odono una sola volta, le parole incoerenti e sublimi dell'anima che si dibatte inabissandosi nel nulla; e la sua mano scarna aveva ritrovata la forza, era diventata grande e potente per tenere le nostre due mani compresse l'una su l'altra come nella stretta d'una tanaglia sola... E poi l'allentamento, l'oscurit fatta su lo spasimo, il silenzio, il suggello, tutto l'aspetto della morte, eguale a quello di pi tardi, dopo la carneficina inutile... "Siamo qui, siamo qui. Risvegliati". E i ferri non lo risvegliarono. Ci fu reso un cadavere fasciato.
L'emozione lo soffoca. L'amico resta con la fronte china, col viso nascosto dall'ombra della palma, contratto e cupo. VIRGINIO riprende a parlare rapido e sommesso come se le parole gli bruciassero le labbra.
Nostra madre non era l, era lontana,  estranea, in un'altra casa, tenuta da un altro legame, perduta per lui, perduta per noi, misera anch'ella come tutti.
Una pausa. Novamente la sua voce si muta. Un lieve tremito l'affievolisce quando parla della compagna.
Ecco la realt atroce da cui nacque la mia illusione di tenerezza fedele. Vidi la mia compagna di sciagura e di coraggio risollevarsi a poco a poco come si risolleva l'erba calpesta. E, dopo quel movimento, tutti i movimenti delle cose pi semplici e pi dolci passarono in lei, composero la sua armonia. Ella parve umanare per me la grazia della terra. E non nella pace, non nell'allegrezza, ma nella pena; perch anch'io son pronto a prendere su me quel che v'ha di peggio...

Un'altra pausa. Egli ora esita, ora s'affretta, ora s'arresta. Certe parole gli muoiono come nei ritegni di un pudore cruccioso.
 uscita, dianzi, sotto la prima pioggia di primavera, ahim, per compiere un atto ben triste. Su la casa estranea, dove soffre quella che non era con noi a quel capezzale, sono entrate la malattia e la miseria... Sappiamo quanto ella soffre, quanto ha sofferto per l'uomo non degno che diede a noi, tratto dallo stesso grembo doloroso, un fratello ignoto... Ha quindici anni... un giovinetto... Ora  molto malato... Maria  andata a spedire un poco di denaro...
Alle ultime parole dette sommessamente, succede un intervallo di silenzio in cui sembra che la massa pesante della tristezza occupi tutto lo spazio.  Ma VIRGINIO si scuote, e tende l'orecchio verso la porta sinistra.
Dev'essere rientrata. Sento il suo passo.
CORRADO balza in piedi, bruscamente.

CORRADO.

Addio, Virginio.

VIRGINIO.

Te ne vai?

CORRADO.

Ritorner.

VIRGINIO.

Non vuoi salutarla?
S'ode la voce della sorella dietro la porta sinistra.
LA VOCE DELLA SORELLA.
Virginio, sei l? Sei solo?

VIRGINIO.

Entra, entra, Maria. C' Corrado.

Entra MARIA.  vestita di panno, con una eleganza svelta e sobria: ha ancora il cappello in testa; e porta con s tanti mazzi di violette doppie quanti ne possono tenere le due mani. Un lieve rossore le accende il viso giovine; e le grosse gocciole della pioggia le luccicano ancra su le spalle, su le maniche, gi per la gonna.
MARIA
Ho presa la pioggia. Vedi?
D un lieve crollo come per scuotere da s le gocciole, con un debole riso senza gaiezza. Volendo tendere una delle mani a CORRADO, si stringe con l'altra il fascio dei fiori contro il petto cos che il mazzo pi alto le sfiora il mento.
Tieni, Virginio. Aiutami. Sono tutte per te le violette. Le tue, l, sono appassite.
Il fratello cerca di prendere i mazzi con le due mani. Mentre egli china la faccia per aspirare il profumo, MARIA gli sfiora la fronte con le labbra velocemente.

VIRGINIO.

Ah, come sono fresche! Senti, Corrado.
Si avvicina all'amico perch anch'egli fiuti l'odore.

CORRADO.

Che buona cosa!
Egli socchiude gli occhi. La sua voce  un poco sorda ma stranamente animata come da un lungo respiro che rompa l'oppressione.
Dove le avete trovate, Maria?

MARIA.

Alla Fontanella di Borghese. Sono venuta a piedi da San Silvestro fin qui! C'era ancra il sole. Lo scroscio m'ha presa al Ponte Sisto. Ho seguitato a camminare. Poi mi sono rifugiata sotto il portico di Santa Maria in Cosmedin. C'erano gli operai, che spogliavano la facciata dall'intonaco; e c'era Marco Dlio ai restauri, che appena m'ha vista ha incominciato a gesticolare pazzo di gioia e m'ha trascinata dentro per mostrarmi le pitture che ha scoperte oggi nell'abside raschiando il bianco di calce, e gli stucchi del quarto secolo negli archi di mattone, e le tegole col marchio di Teodorico... Non vive pi che per la sua Basilica. M'ha detto che forse passando salir per salutarti.
Ha parlato rapidamente, con una specie di volubilit convulsa, togliendosi i guanti umidi. Si arresta d'un tratto, e guarda in viso i due uomini.
Ma perch siete cos pallidi?

CORRADO.

Siamo pallidi?

MARIA.

S. Che  accaduto?

VIRGINIO.

Nulla. Corrado mi teneva compagnia mentre lavoravo.

CORRADO.

M'ero levato per andarmene, quando avete battuto alla porta. Non posso pi trattenermi. Vi chiedo perdono, Maria.

MARIA.

Non rimanete a pranzo con noi stasera?

CORRADO.

Non posso. Ma cercher di venir dopo, nella serata.

MARIA.

Verrete certo?

CORRADO.

S, se non mi sentir troppo stanco.

MARIA.

No, bisogna promettere. Ci sar anche Francesco Cesi. Vi soneremo a quattro mani la Settima Sinfonia e il Coriolano.

VIRGINIO.

Vieni, se puoi.

CORRADO.

A rivederci.

MARIA.

Aspettate che spiova.

CORRADO.

Non piove pi. Guardate: c' il sole l, sul Priorato di Malta.

VIRGINIO.

Esco con te. T'accompagno per un tratto, sino al Fro.

MARIA.

Vuoi uscire?

VIRGINIO.

Vuoi che resti?

MARIA.

Come siete strani! C' qualche cosa?

VIRGINIO.

Ma no, Maria.

CORRADO.

Bisogna che vada. Debbo vedere qualcuno, alle sei.

VIRGINIO.

Maria, c' di l Sabina?

CORRADO.

A rivederci.

MARIA.

Corrado! Portate con voi questo. E tornate stasera.
Gli d un mazzo di violette.

CORRADO.

Grazie. Addio, Virginio.
Come VIRGINIO  presso la finestra e volge le spalle, MARIA fa un piccolo gesto di amore supplichevole verso CORRADO che esce per la porta del fondo.
VIRGINIO guarda per la finestra, cercando dissimulare la sua pena, mentre la sorella si sofferma pensosa nel mezzo della stanza e con le due mani levate toglie i due lunghi spilli che le fermano il cappello.

VIRGINIO.

Che bella nuvola su l'Aventino! Guarda Santa Maria del Priorato: sembra d'alabastro in quello sprazzo d'oro. I lecci e i cipressi di cent'anni ringiovaniscono. Non c' pi un fiore su i mandorli; il frutto allega. E quei poveri vecchi dell'Ospizio di San Michele, che stanno a guardare dietro i vetri di quelle finestre tutte eguali!

MARIA si toglie il cappello e solleva con le dita le ciocche ammassate; nasconde per un attimo il viso triste nel cavo d'ambe le palme. Si accosta al fratello con un passo leggero; gli  a fianco; gli s'appoggia alla spalla; guarda con lui le cose lontane.
Sai ancra di violette.
Egli ora parla con un accento carezzevole, come a una bambina.
Certo piove laggi, verso i Monti Albani. Vedi? Quella barca porta il vino di Gaeta a Ripa Grande. Ti ricordi della nostra giornata di Fiumicino? Come dev'essere chiaro il mare, a quest'ora! Lo so, lo so: la sirocchia  un poco triste... Bisognerebbe che io la potessi condurre per una settimana ad Anzio, a camminare su la spiaggia dietro i giumenti che vengono dalle carbonaie di Conca... Poco  basta a mettere il cuore in pace. Sentire due occhi freschi e limpidi sotto la fronte e portarli bene aperti nell'attenzione e meravigliarsi d'ogni cosa veduta, questo allora bastava alla nostra vita... Conosco, conosco la malinconia di questi giorni bruschi tra pioggia e sole: meglio si vede quante cose potremmo fare e non faremo mai... o mai pi...
La giovine donna, china su la spalla di lui, piange pianamente. Egli se n'accorge, si volta, le prende la testa fra le mani, agitato.
Maria!
Ella cerca di abbassare il viso per nascondere le lacrime.
Maria! Piangi? Che hai?

MARIA.

Nulla. Non so. Ecco, passa.


VIRGINIO.

Vieni. Siediti qui.

MARIA.

Ecco,  passato. Non piango pi.

VIRGINIO.

Qualcosa hai sul cuore. Lo so. Non  venuta l'ora di dire? Vuoi che aspetti?
Si china verso di lei, con infinita dolcezza.
Non posso pi fare niente per te?

MARIA.

Ho avuta molta pena, molta pena a scrivere quella lettera... laggi... Povera mamma! Eravamo quasi rassegnati a saperla non pi nostra... La piet ha riaperta la piaga. Il cuore mi duole.


VIRGINIO.

Desideri di rivederla?

MARIA.

Dove? in quella casa?

VIRGINIO.

Vuoi che t'accompagni a Perugia?

MARIA.

Ah, che cosa triste, troppo triste! Dopo tanti anni! Rivederla, riconoscerla, per perderla ancra sbito dopo...

VIRGINIO.

Vuoi che le offriamo di venire a vivere con noi?

MARIA.

E come potrebbe?


VIRGINIO.

Conducendo anche Lorenzino.

MARIA.

Ma... quell'altro?

VIRGINIO.

Forse colui consentirebbe a lasciarla andare, se ella volesse.

MARIA.

Credi?

VIRGINIO.

Ho detto: forse.
Una pausa.

MARIA.

Certo, Virginio, io vorrei, anzi dovrei rivederla, perch...
S'interrompe, torcendosi le mani; e di nuovo le si riempiono gli occhi di lacrime.


VIRGINIO.

Maria! Che volevi dire? E perch non dici? Non hai pi confidenza nel tuo buon compagno. Lo sento. Tu ti distacchi da me a poco a poco.

MARIA.

No, no, non  vero.

VIRGINIO.

Vuoi esser pietosa? O ti sembra che nelle mie parole ci sia l'ombra del rimprovero e che io non possa ricevere col cuore aperto la tua confessione?

MARIA.

Quale?
Ella ha sussultato. Entrambi, da ora in poi, lottano invano contro l'angoscia che li serra.


VIRGINIO.

Non ti sbigottire. Quando rimanemmo soli e tu divenisti la compagna dei miei giorni e la grazia della mia fatica e la portatrice della mia pi alta speranza, credi tu che abbandonandomi intero alla tenerezza fraterna io non avessi in fondo a me il presentimento di quel che doveva accadere? Sapevo bene che la natura non ti avrebbe serbata a me per sempre; sapevo che sarebbe venuta l'ora dell'elezione pel tuo sangue giovine e che io sarei rimasto in disparte...

MARIA.

E intanto ti trema la voce e hai il viso contratto e soffri parlandomi cos...


VIRGINIO.

No, Maria. T'inganni.
Egli esita per un istante. Poi, tendendosi verso la sorella, le parla con una voce che vuol esser ferma e si rompe.
Puoi dirmi che l'ami.

MARIA.

Sento di qui i colpi del tuo cuore. Non t'angosciare, non t'angosciare. Non voglio lasciarti. Non mi staccher mai da te.

VIRGINIO.

Ma che dici? Sono un bambino?
Si sforza di sorridere; riprende il dominio di s.
Io solo posso qualche volta parlare a te come si parla alle sorelline che hanno cinque anni.

Le accarezza lievemente i capelli.
Non credere che io voglia far pesare sul tuo capo la mia tenerezza. Non voglio imprigionarti, n strapparti dalle ali le penne maestre perch tu non voli via o almeno perch tu non mi fugga troppo lontano... S, certo, ho un po' di agitazione dentro di me. E tu comprendi. L'incanto della mia vita sta per rompersi; e come potrei dunque rimanere impassibile? Tu non sai forse ancra quel che sei stata, quel che sei per me, Maria.

MARIA.

So quel che sei tu per Maria.

VIRGINIO.

Sei la mia purit.


MARIA.

Oh, non m'inalzare troppo! Ho paura.

VIRGINIO.

Sei la mia armonia. La musica che fai con le tue piccole dita non vale quella che fanno intorno al tuo viso i tuoi pensieri involontarii. Tu allarghi ogni giorno i limiti del mio focolare, sino all'orizzonte. Quando tu sei l, mi sento come in mezzo a una grande prateria dove soffia un'aria che nel corpo e nell'anima cicatrizza tutto.

MARIA.

Troppo m'inalzi. Mi doni quel che non ho. Anch'io sono una povera creatura, piena d'errore, destinata a deludere la buona attesa.


VIRGINIO.

Credi che io m'attenda da te il sacrifizio? Se l'amore ti chiama, ascoltalo e va.

MARIA.

Che parola grave!

VIRGINIO.

Dimmi che l'ami.  il mio amico pi caro.

MARIA.

Non abbassare le plpebre. Ho gi veduto in fondo alle tue pupille qualche cosa di disperato.

VIRGINIO.

L'ami? profondamente?

MARIA.

Temi la mia risposta come una sciagura.

VIRGINIO.

Confidati a me!

MARIA.

Non soffrire. Nessuno mi ti toglie. Se  il tuo amico pi caro,  anche il mio amico pi caro. Non v' nulla di basso in lui. Ciascuno di noi vorrebbe trovare un modo di dar pace a quella grande anima tormentata, o di darle tregua almeno, perch non consumi tutta la forza nel suo tormento.

VIRGINIO.

E che faremo dunque per lui?

MARIA.

 stato lungamente qui con te, oggi.


VIRGINIO.

S, pi del solito.

MARIA.

Entrando ho subito sentito che c'era qualcosa tra voi.

VIRGINIO.

C'era il suo male.

MARIA.

T'ha parlato... di me?

VIRGINIO.

No, Maria.

MARIA.

Eravate tutt'e due pallidi.

VIRGINIO.

Come quando il commiato  un ferro che taglia e separa.


MARIA.

Quale commiato?

VIRGINIO.

Non lo sai? Corrado ci lascia.
Balza in piedi MARIA, trascolorata e tremante, come per difendersi da una percossa mortale.

MARIA.

No, non lo so. Non  vero.
Sgomento egli  come davanti all'apparizione di una creatura sconosciuta; e, quasi per trattenerla, quasi per convincersi che quella  una realit immediata, pronunzia le parole sorde.

VIRGINIO.

Parte.

MARIA.

Per dove?

VIRGINIO.

Per laggi, per il suo destino.


MARIA.

Quando?

VIRGINIO.

Senza indugio.
Forsennata, ella si torce, ella urla il suo spavento.

MARIA.

Non  vero, non pu esser vero. L'hai detto per provarmi, l'hai detto per sapere. Vuoi sapere se io l'ami? vuoi che te lo gridi? S, guardami come sono. Ho piet di te, ho piet di me. Ma l'amo, l'amo con tutte le forze dell'anima e del sangue, da vicino, da lontano, nella vita, nella morte, sopra tutto, di l da tutto... Guardami come sono. Dimmi che non  vero, ora che sai. Rendimi il cuore. Aiutami.
Non altrimenti la vittima, legata all'ordegno della tortura, denuda tutta l'anima sua purch il carnefice arresti il supplizio.

VIRGINIO.

S, s, quello che vuoi... Pu non esser vero... Non sar vero... Glielo domanderai tu stessa. Ti risponder. Lo rivedrai fra poco, gli parlerai... Non , non dev'essere.
Anch'egli, purch cessi lo spettacolo intollerabile di quel patimento,  pronto a qualunque parola, a qualunque atto. MARIA si lascia cadere su la sedia.

MARIA.

Perdonami, povero caro!

VIRGINIO.

Maria, Maria, non aver pena per me e non mi risparmiare. Vedi: resto in piedi, sono pronto.  Dobbiamo affrontare il peggior dolore un'altra volta? Eccomi, sono qui. Non dimentico che t'ho riconosciuta a un letto di morte.
La sorella rabbrividisce e sobbalza.

MARIA.

La morte  di nuovo con noi? Ho avuto un gran brivido. Tu l'hai nominata.

VIRGINIO.

Ma che pazzia  la nostra? Che  quest'orrore che ci prende? di che? Su, vieni alla finestra. C' ancra il sole. Perch siamo cos? Perch  entrata nella casa la benedizione della vita! Tu ami, tu fiorisci. Ti vedr fiorire. Sei forte e intatta. Hai una piccola costellazione di ferro nell'iride: io te  l'ho scoperta. Puoi essere la compagna di un eroe. Bene t'ho serbata al pi degno.
MARIA ha sollevato verso di lui il suo volto fatto pi chiaro, bevendo avidamente il conforto inatteso.

MARIA.

Oh, la buona voce! T' risalita dal cuore a un tratto. Credevo, dianzi, che non l'avrei udita mai pi. Ne avevi gi una diversa.

VIRGINIO.

Vieni alla finestra. Il sole s'indugia per te. Guarda.

MARIA.

E forse... forse l'ho udita or ora per l'ultima volta.

VIRGINIO.

Il delirio ti torna?
Di nuovo il volto di lei sembra disfarsi, velarsi d'un'ombra violacea.

MARIA.

L'ho ricevuta in fondo in fondo all'anima per tenerla viva dentro di me sino alla fine, per ricordarmi che visse una Maria a cui tu parlavi cos.

VIRGINIO.

Tu deliri.

MARIA.

Perdonami, perdonami.  duro seppellire s stessa con le proprie mani nel cuore fraterno. E io non t'ho detto tutto e non posso pi nasconderti nulla.

VIRGINIO.

Una cosa non m'hai detto, la sola che voglio ancra sapere. Dimmi: ti ama?
Ella sembra smarrirsi, e volge intorno gli occhi ingranditi. Rapidamente prorompe.

MARIA.

S, s, mi ama... Non lo sai? non l'indovini? Non te ne sei accorto? Dimmi!
Dietro la porta del fondo s'ode la voce dell'amico sopravvegnente.

LA VOCE DI MARCO DLIO.

Virginio! Virginio, si pu entrare?

MARIA si alza e si ricompone. VIRGINIO la guarda, le prende una mano e la stringe nella sua con un gesto di riscossa; poi va verso la porta e apre.

VIRGINIO.

Entra, entra, Marco.
Entrano l'architetto MARCO DLIO e il medico GIOVANNI CONTI.
Oh anche tu, Giovanni?

MARCO DLIO.

Siamo saliti per un momento. Hai ancra da lavorare?

VIRGINIO.

No, non lavoro pi.

GIOVANNI CONTI.

Come state, Maria?


MARIA.

Non bene, dottore, veramente.

GIOVANNI.

Mani fredde. Non avete la vostra solita buona cera.

MARIA.

Forse oggi mi sono stancata un poco troppo.

MARCO.

 venuta a piedi da San Silvestro! Me la son vista apparire in Cosmedin, di corsa, sotto l'acquazzone, carica di violette.

GIOVANNI.

Che buon odore, dopo quello dell'Ospizio!


MARIA.

Ora penso che ho ancra addosso gli abiti umidi.

MARCO.

No, non prendete sbito la fuga!

GIOVANNI.

Ma che  questa nuova mana di camminare, di camminare tutto il giorno?

MARIA.

Non  nuova. Domandate a mio fratello. Ad Anzio, facevamo miglia e miglia.

GIOVANNI.

Non sul lastrico.

MARIA.

 vero!


MARCO.

Virginio, ti ha raccontato le mie meraviglie?

VIRGINIO.

S. Ti vedo raggiante.

MARCO.

Ora so che la chiesa di papa Callisto era tutta coperta di pitture: una vera biblia pauperum. E dimostrer l'esistenza d'una scuola romana nel secolo duodecimo.

MARIA.

Io vi domando perdono. Comincio a sentirmi addosso un poco di freddo. Vado, ma torno.

GIOVANNI.

Veramente?


MARIA.

S, fra qualche minuto.

MARCO.

Non ci tratteniamo che poco.  tardi.

GIOVANNI.

Ho una cosa per voi.

MARIA.

Che cosa?

GIOVANNI.

Il libretto di Suor Cecilia.

MARIA.

Datemelo.

GIOVANNI.

Ve lo do, se tornate.
Ella sorride un poco, e fa un gesto di commiato breve.


MARIA.

S, torno. Prometto.
Ella prende di su la tavola il suo cappello, i suoi guanti, ed esce per la porta sinistra. I tre uomini la seguono con gli occhi intenti.

MARCO.

Che strano potere patetico ha su chi la conosce! Come comprendo, Virginio, la tua perpetua sollecitudine! A vedere quella sua bellezza fatta di sensibilit e d'attenzione, si pensa sempre con timore che qualcosa o qualcuno potrebbe farle male. Siamo i tuoi rivali in fraternit gelosa.

GIOVANNI.

Che ha? Perch  tanto gi?

VIRGINIO.

Da Perugia notizie tristi. Il pensiero della madre la tormenta di nuovo. Soffre di saperla infelice. Vorrebbe aiutarla. La sente estranea.

GIOVANNI.

Ah, non  sempre il nostro stesso sangue che pi s'invelenisce contro di noi e pi ci strugge? La peggiore delle fatalit corporali  quella che ci lega ai consanguinei.

MARCO.

 vero. Io lavoro tutto il giorno a far rivivere le pietre morte, il dottor serafico passa ore e ore l nell'Ospizio a curare i mali incurabili della vecchiezza; e qual  il sentimento che ci spinge a salire le tue scale ogni sera, dopo la bisogna? Il desiderio di riscaldare l'anima a un focolare amico che ci consoli di quello, ostile, che  il nostro, che  laggi in una casa odiosa ove noi gi cos stanchi saremo caricati d'un peso intollerabile. Forse qualche volta qui siamo importuni. Ma questa  una sosta quasi pia per illudere il cuore che teme una mano rude e si raccomanda. Qui - tu lo sai e ce lo consenti - qui ci sembra di ritrovare la compiuta sorella; ci leghiamo ogni giorno pi a te per avere il diritto di amarla e per amarla sempre meglio. Riprendiamo fiato, respiriamo in un'illusione di santit familiare che altrove non ci  concessa. Pi tardi, laggi, qualcuno raccoglier con rabbia una manata di cenere maligna e ce la scaglier negli occhi.


VIRGINIO.

Amico mio, la tua bont stasera  vigilante. C' nelle tue parole quasi il senso d'una preghiera rivolta a placare l'Ignoto che forse in quell'angolo si arma.
Un intervallo di silenzio. Ciascuno dei tre amici  fisso al suo pensiero. Si approssima il vespro. La luce diminuisce nella stanza.

MARCO.

Ho incontrato Corrado Brando per la Salara. Usciva di qui?

VIRGINIO.

S.

MARCO.

Non m'ha veduto. Aveva lo sguardo in dentro. Camminava a gran passi, per dare aria alla sua febbre; e pareva che dovesse sfavillare nel vento. Non ho neppur pensato a fermarlo o a chiamarlo. Soltanto ho pensato: "Chi lo fermer?" E poi m' venuta nella mente quella risposta che potrebbe anche esser sua: "Dove corri? - Inseguo il dio del quale io sono l'ombra".

VIRGINIO.

 malato d'una mana sacra.

MARCO.

Poco pi in su, ho scoperto in mezzo al Tevere il burchiello che traghettava il dottor serafico dall'Ospizio di San Michele al Rifugio dell'altra riva. Confesso che queste due apparizioni istantanee della vita mi hanno fatto dimenticare l'opus quadratum del tempio di Cerere. Quel tuo Caronte trasteverino, caro Giovanni, non imagina qual valore ideale abbia la moneta di dieci centesimi che tu gli dai ogni sera in guisa di obolo per "trapassare".
Il dottore era assorto con la fronte poggiata alla mano. Quando parla, sembra risvegliarsi.

GIOVANNI.

Strano quel vecchio Ptrica!

MARCO.

Si chiama Ptrica?

GIOVANNI.

Cos lo chiamano in Trastevere, ma forse non ha nome come non ha et. Dice che  nato alla Lungaretta, ma in certe albe nebbiose  io l'ho visto alla mia chiamata rotolar gi dalla ripa come un pezzo di terra che frani e formarsi poi nella franatura informe col suo soffio e col suo borbotto umano. Era una cosa notturna, una massa di belletta, un po' di pattume molliccio, un rifiuto del fiume; che s'animava a un tratto e metteva fuori due ossa articolate per afferrare il canapo della chiatta frcida. L'hai tu guardato bene? Non ha vlto:  come una maschera corrosa dal fiume che per secoli le passa sopra. Anche gli occhi son lgori: devono aver veduto fondare il pilone del Ponte Emilio, fabbricare la bocca della Cloaca Massima. Quanta carne miserabile ha traghettato, con lo stesso gesto, per lo stesso prezzo! Oggi  me verso il rifugio, un mio compagno di pena verso il carcere...

MARCO.

Chi?

GIOVANNI.

Simone Sutri, il chirurgo. Anch'egli era un cliente di Caronte.

MARCO.

Ebbene?

GIOVANNI.

Oggi, poco dopo mezzogiorno,  stato arrestato mentre poneva il piede a terra.

MARCO.

Perch?

GIOVANNI.

 accusato d'aver ucciso suo zio Paolo, quel Sutri mercante di campagna usuraio e biscazziere, che l'altra mattina fu trovato morto nella casa di via Gregoriana...
VIRGINIO, ch'era pensoso e fisso, sussulta lievemente e alza il capo.

MARCO.

Ah, s, l'avevo conosciuto anch'io pur troppo, in altri tempi.

GIOVANNI.

Com'era cardiaco, si credeva da prima trattarsi d'una disgrazia; ma poi alcune tracce di violenza sul corpo e l'accertamento del furto hanno rivelato l'assassinio, compiuto con mano esperta.
VIRGINIO si alza, pallidissimo; e, come spinto dall'orgasmo, fa qualche passo verso la finestra, poi si volge.


VIRGINIO.

Compiuto come?

GIOVANNI.

Con la pressione su le cartidi fatta da due dita di ferro.
Una breve pausa. Nella voce di VIRGINIO si sente l'aura della vertigine interiore.

VIRGINIO.

Tu lo conoscevi, Marco.

MARCO.

S, un poco.

VIRGINIO.

Anch'io, forse... me ne ricordo... Devo averlo veduto... Un uomo calvo, con un grosso labbro pendente...


MARCO.

S: una bocca ributtante, e indimenticabile.
VIRGINIO si sforza di dominare lo spavento cieco che sta per travolgerlo.

VIRGINIO.

E Simone Sutri...

GIOVANNI.

Quel rosso, lentigginoso, con i baffi duri tagliati a spazzola, con gli occhi strambi dietro le lenti, grande, ossuto, che si ferm a parlarmi - gioved scorso - dinanzi a San Gallicano... Non te ne ricordi?

VIRGINIO.

S, me ne ricordo... E tu credi...

GIOVANNI.

Covava un rancore mortale contro lo zio. Questo so. L'usuraio non soltanto non l'aveva mai voluto aiutare, non soltanto l'aveva costretto a guadagnarsi la vita tra le peggiori angustie, ma l'aveva - a suo dire - anche frodato con non so che falsificazione di testamento... Dolcezze del sangue comune.

MARCO.

Oh, lascia alla Temi sedentaria il passeggero di Ptrica. E andiamocene. Stasera il rifugio  senza pace. Virginio forse ha bisogno di star solo.
VIRGINIO  ancra un po' smarrito ma si riscuote.

VIRGINIO.

No. Perch?


GIOVANNI.

La sirocchia aveva promesso di tornare... Aspettiamola un altro poco, per salutarla.

VIRGINIO.

Ve la chiamo.
Egli va rapidamente verso la porta sinistra.

GIOVANNI.

Se si sentisse male...

MARCO.

Lasciale il libro e andiamo.

VIRGINIO.

Verr.
Com'egli esce, i due amici si guardano in viso. Il dottore si toglie di tasca un piccolo libro rilegato in pelle fulva. MARCO DLIO abbassa la voce.


MARCO.

Giovanni, che accade?
L'altro solleva le sopracciglia, e non sa rispondere.
Che libro ?

GIOVANNI.

Lettere di Feo Belcari a una sua figliuola monaca, e il Prato Spirituale, e l'Annunciazione di Nostra Donna: un libro divoto.

MARCO.

Fammi vedere.

GIOVANNI.

C' riportato un detto che le piacque. E mi son fatto prestare il libretto dalla Suora per mostrarle il testo.
MARCO apre il volume, e legge sul frontespizio l'iscrizione.


MARCO.

"Questo libro  di suora Cecilia da Costasole. Chi l'accatta, lo renda."

GIOVANNI.

C' anche una ricetta ordinata a sanar l'anima.

MARCO.

Ahim, temo che non valga. Giovanni, non senti che qualche cosa finisce per noi? La nostra malinconia pu gi dire: Ti ricordi? La stanza quieta; Sabina che porta la lampada verde; nessun rumore della strada dietro le tende, soltanto di tratto in tratto il canto degli usignuoli dall'Aventino, il passaggio d'un rimrchio sul Tevere; e le onde di forza che fanno sussultare le spalle della sonatrice; e il silenzio del mondo quando parla Beethoven...
Riappare alla porta sinistra la giovane donna, in una veste lunga e piegosa che la fa sembrare pi alta e pi flessibile. Sorride come se i muscoli del sorriso le dolessero; e i cigli hanno un battito frequente su quel tremolo di dolore.

MARIA.

Eccomi. Non ho fatto presto? Volete andarvene gi?

GIOVANNI.

S.  tardi. Ma volevamo salutarvi, prima.
Ella parla con una voce calda della pi affettuosa dolcezza. I due amici la guardano con un'adorazione timida e perplessa.


MARIA.

Che diceva Dlio di Beethoven?

MARCO.

Ricordavo le serate beate della primavera scorsa.

MARIA.

Vi dar, vi dar musica ancra, ma non quella d'allora. E il libro?

GIOVANNI.

Eccolo.
MARIA lo prende con un gesto quasi fanciullesco, lo guarda e lo serra tra le due mani come serrerebbe un piccolo corpo alato e palpitante.

MARIA.

Che cosa viva! Consunta e viva. Suor Cecilia lo porta sempre addosso?


GIOVANNI.

La pagina  segnata.
Egli le indica la pagina mentre ella china il volto sul libro aperto.

MARIA.

Qui?
Legge senza pi sorridere, spedita al principio, grave alla fine,
".... conciossiach per molti anni innanzi alla morte continuamente piangesse, dimandato perch cos piangesse, rispose: Io piango perch l'Amore non  amato."

MARCO.

Profonda parola, in cielo come in terra.
VIRGINIO, durante la lettura,  rientrato nella stanza; s' soffermato per ascoltare. Si avvicina e si mescola ai saluti.


MARIA.

Me lo lasciate per una sera?

GIOVANNI.

S. Lo riprender domani.

MARIA.

Grazie.

GIOVANNI.

A rivederci. Riposatevi, stasera. Dormite molto.

MARIA.

Mi riposer. Addio.
Ella stringe la mano all'uno e all'altro amico.
Addio, Dlio.
Questi sembra voler dissipare l'ombra che pesa su quel commiato.


MARCO.

Se domattina passerete per Santa Maria in Cosmedin, non dimenticate di gettare il buongiorno sotto il portico a Frate Marco.
VIRGINIO avverte dalla soglia la governante.

VIRGINIO.

Sabina!

GIOVANNI.

Ci rivedremo, Virginio, domani. Se hai bisogno di me, sai dove sono.
I due amici escono per la porta del fondo.

Il fratello e la sorella restano soli. Le contratture della dissimulazione si distendono: subitamente i loro vlti sembrano essere la nudit stessa delle loro anime affannate.

VIRGINIO.

Perch hai detto addio a quei due poveri amici... con quella voce, come se fosse per l'ultima volta?

MARIA.

Perch la buona compagna leale che hanno cara, la Maria che li consola, la creatura intatta che impararono da te a chiamare sorridendo "sirocchia", ha teso a entrambi la sua mano per l'ultima volta, e per l'ultima volta, orribilmente triste, ha potuto inclinarsi alla loro illusione fraterna.
Sentendo crescere il peso dell'oscurit e dell'ambascia, VIRGINIO tenta di ritrovare la sua fermezza.

VIRGINIO.

Maria, Maria, non so pi quel che accade, non comprendo pi quello che dici. S' fatta all'improvviso la notte; e mi sembra di esser ridiventato fanciullo, perch ho paura dei mostri imaginarii che abitano il buio, dei fantasmi che sono inafferrabili, e ci afferrano d'un tratto e ci puntano sul petto due ginocchia pesanti... Abbi pazienza un poco. Lascia che io mi ritrovi, che io mi accerti  d'essere ancra in piedi, qui, sul pavimento della mia stanza, fra le mie quattro mura... Eccomi dunque, sono qui. Cerchiamo di vedere, d'intendere. Tu hai dato un addio, hai parlato di un'ultima volta. Cos parla chi sta per scomparire, chi sta per morire. Che hai voluto significare? Spiegami.

MARIA.

S, qualche cosa di me sta per morire, anzi  morta.

VIRGINIO.

Che cosa?

MARIA.

Qualche cosa che tu avevi inalzata sopra la tua vita e che i tuoi compagni amavano in me a traverso il tuo cuore...

VIRGINIO.

Parla!

MARIA.

La mia purit.
Ella ha parlato sommessamente, ha abbassato gli occhi. Il fratello la guarda inconsapevole.

VIRGINIO.

Povera Maria, ancra ti tormenti! Ma nessuno ti accusa, nessuno ti fa colpa d'aver ceduto alla piena della tua giovinezza, come nessuno accusa la primavera che si spande, l'albero che mette fiori. Certo, un'ombra di malinconia  anche in quei devoti che presentono e indovinano. E tu non puoi non comprendere e non perdonare. Eri come l'aria della mattina; ciascuno beveva un sorso di freschezza. Ora sei di uno solo; e agli esclusi sembra quasi ingiusta la perdita del conforto consueto. Questo  umano, sorella.
Ella non regge allo strazio della voce affettuosa.
Ah, ma perch mi guardi con quegli occhi d'agonia?

MARIA.

Tu non hai compreso. Tanto tanto lontano sei dal sospetto, tanto lontano dalla verit! E io so che uccido me stessa nel tuo cuore, ma la tenacit della tua fede mi prolunga lo spasimo. Un colpo non basta, bisogna che lo rinnovi. Ah, che orrendo coraggio  questo ch'io debbo avere, fratello!

VIRGINIO.

Tu vuoi dire...


MARIA.

Sono di uno solo... ma tutta... data a lui tutta.
Parla soffocatamente, col cuore alla gola; e nulla  pi atroce della pausa ch'ella fa prima di soggiungere le ultime parole a togliere ogni dubbio. Il fratello, colpito nel mezzo del cuore, vacilla.

VIRGINIO.

Tu, tu, Maria!
Sembra che la faccia dell'Universo sia mutata per lui a un tratto. Egli parla a s medesimo, come dal fondo del pi lontano deserto.
Non c' pi nulla, allora. Tutto finisce, tutto crolla. Non si salva nessuno dalla ferocia e dall'ignominia.
Lo risolleva dall'annientamento un sbito fiotto d'amarezza.
Ho dato il meglio di me, sempre,  senza risparmio, credendo, sperando; ed ecco, mi ritrovo in mano una moneta falsa! Il mio amico pi caro mi paga cos; la creatura dell'anima mia mi compensa cos. E allora?
Egli non attende la risposta se non dal suo proprio coraggio; cerca in s stesso il suo proprio sostegno. Ma la confessata verit sembra afforzare la sorella in un dolore saldo e fiero. Ella prende gi l'attitudine di chi ha qualcosa da difendere, sopra tutto e contro tutto.

MARIA.

Lo sapevo, lo so: ti perdo, mi perdi. Tutto si sconvolge, a un tratto. Tu mi ritogli in un attimo quel che m'avevi dato in dieci anni generosi. Mi disconosci...

VIRGINIO.

Oh no.


MARIA.

M'hai gi trasmutata dentro di te; ho gi un altro viso, un altro soffio: sono una piccola cosa vile.

VIRGINIO.

Oh no. Vedi: non so indignarmi. E se vacillo sotto la massa di tristezza che m' piombata addosso, e se qualche parola vana esce dal mio smarrimento, perdonami. Tu sei forse pi infelice di me.

MARIA.

 vero. Ma non mi discolpo; n voglio attenuare quel che ho fatto. Anzi bisogna tu sappia che non vi fu ombra d'insidia n di bassa lotta... Egli  immune dinanzi a te. Non vi fu se non l'amore grande, e la libert del dono.

VIRGINIO repugna contro un pensiero che lo afferra; esita; ha onta; con le labbra sbiancate osa alfine dimandare.

VIRGINIO.

Quando?
Di sbito si pente, vedendo la triste vampa salire alla fronte immacolata.
Ah, perdonami! Anche se trema, anche se  spenta, ora la mia voce pu esser rude alla tua povera anima. Non posso dimandare senza ferire. Non puoi rispondere senza nascondere il viso. Una sola dovrebbe ora starti vicina, prenderti nelle sue braccia, parlarti dentro i capelli, sapere tutto il tuo male; ed  troppo lontana: tua madre. La chiamerai.

MARIA.

S, la chiamer.

Egli esita tuttavia; ma un disperato bisogno di certezza lo incalza. Per fondare in s il sentimento suo nuovo, egli deve sgombrar l'anima da ogni frammento dell'illusione abbattuta.

VIRGINIO.

Perdonami, Maria, se il cuore vuol avere uno spiraglio di luce nell'oscurit! Non ti chiedo nulla che ti offenda. Dimmi solamente: quel giorno di febbraio, quel bel giorno di sole, quando salimmo al Celio e vedemmo il primo mandorlo in fiore e ci fermammo a San Saba, entrammo nel giardino, ci sedemmo sotto gli aranci, e non dicemmo nulla perch ci bastava d'essere l per sentirci felici, e mi parve che anche tu fossi sbocciata allora allora dal pi vivo ramo della mia vita e che io ti portassi  leggermente; quel giorno, dimmi... era avvenuto?

MARIA.

S.
Certo egli sperava ancra, se la risposta sincera e ferma lo colpisce tanto a dentro.

VIRGINIO.

 possibile? Eppure, quando ti guardavo nelle pupille, andavo con la vista sino in fondo a te. Quante limpidit avevo misurate! La tua era la pi cristallina sempre. E quella piccola costellazione di ferro, nell'iride, mi dava non so che sicurt, come se fosse un segno virile su la tua grazia pieghevole. Ti chiamavo dentro di me con una specie di ebrezza: "Compagno, mio buon compagno!" Sentivo quel che c'era di leale, di diritto, di fedele in te, quel che c'era di maschio nel disegno della tua bocca chiusa, nel ritroso dei tuoi capelli piantati intorno alla tua fronte bianca.
Il dolore di lei sembra a poco a poco indurirsi, farsi quasi compatto e rigido.

MARIA.

Ho ancra una forza terribile se resisto a vederti soffrire. Guarda, ho gli occhi asciutti.

VIRGINIO.

Non soffro perch tu mi abbia mentito, ma perch non posso pi crederti.

MARIA.

M'hai gi condannata!


VIRGINIO.

No, no, non condannata. Perdonami se non son riuscito a soffocare interamente le grida che sorgono dalla mia miseria. Tu mi di l'esempio. Hai gli occhi asciutti. Non temere: io non ti manco. Resto il tuo compagno, il tuo buon compagno. Non voglio neppur cercare di comprendere; mi basta di saperti in pericolo, per raccattare il mio coraggio e la mia tenerezza, per rinnovare il mio amore verso di te che mi sei nuova e diversa. Hai bisogno d'aiuto. Conta su me, ora e sempre. Voglio difenderti.

MARIA.

Contro chi, se non temo?

VIRGINIO.

Hai bisogno d'esser difesa, povera creatura sola; perch io credo che tu sia cieca e sola...

MARIA.

Non sola, non cieca. Amo.

VIRGINIO.

E che far egli di te? Dianzi, qui, non era bruciato se non da una febbre, non era agitato se non da una frenesia: non pensava se non a partire, ad andar lontano, ad abbandonar tutto e tutti per la sua mta certa.

MARIA.

No, non gli credere. Non  vero. Tu non lo conosci. Era in una di quelle sue ore torbide, quando il fermento della sua forza lo rende quasi folle...


VIRGINIO.

Ah, povera, povera! T'illudi. Nessuna folla  pi lucida della sua. "Nulla  vero; tutto  permesso." Passer sopra te, sopra me, sopra tutti. Siamo un ingombro che non vale una balla di carne secca caricata sopra un cammello.

MARIA.

Tu l'offendi, tu lo sfiguri, lo abbassi; ed era il tuo amico pi caro...
Ella si solleva, intrepida. Un'energia quasi aspra pulsa nel suo accento.

VIRGINIO.

Se tu sapessi quel che ho veduto a un tratto apparire, dianzi, nel suo vlto convulso!


MARIA.

Che hai veduto? Tu tremi di rancore; tu non puoi pi essere giusto per lui; gi nelle parole tu ti vendichi, tu cerchi di colpirlo... Dimmi che io me ne vada, scacciami di qui; ma non mi costringere a udire quel che non voglio udire... Tu t'inganni; il rancore ti fa velo. Anche la sua mano  sicura,  una mano di buon compagno: io l'ho sentita. E sono certa che, finch sar necessario, egli rester col mio amore...

VIRGINIO.

Oh, povera!

MARIA.

S, s, Virginio; quando sapr...

Ella s'arresta; e il suo pallore s'illividisce sotto un gran brivido repentino che sale dalle viscere profonde.

VIRGINIO.

Quando sapr?

MARIA.

... che gi porto un'altra vita.

FINE DEL PRIMO EPISODIO.
 INTERMEZZO.

Ove debbo ancra salire?
Laus Vit, XIX.

 MOTIVI PER UN INTERMEZZO SINFONICO.
O Bellezza, chi si leva nel vento della tua grande ala come la fiamma pugnace che balza sotto il flagello della tempesta, e dietro te come l'allodola canta sul mondo?
Qual novo figlio dell'antica Terra, ancra annodato nella doglia del grembo, trasale al messaggio della stella mattutina? E la sua vista nel suo capo suggellato  come il grmine bianco che traversa a poco a poco la gleba penosa per gioire nei chiarori del mondo.
Qual nova custode fu veduta sedere innanzi allo stipite della Nera Porta? E aveva il destro ginocchio sul manco e le dita delle mani insieme come pttini congiunti tra loro, con una profonda sorgente di sangue in mezzo al suo petto; e assisa pareva dormisse,  ma era in ascolto, ma udiva il silenzio dei fiumi ch'escon fuori del Buio con antichi tremori del mondo.

Porta della Resurrezione, e chi mai giace su la tua soglia non consunta da piede frequente, chi mai sta dinanzi alle valve indicibili steso nella sua chioma apollinea e nella sua disperanza? Quegli che ha perduto Euridice.
La grande sua lira lunata gli tace da presso n egli la tocca; ma veglia e non spera, ma sogna e non dorme. N, se oda il suon lieve e tremendo del passo che si rincarna, ei pi si volge; ch dallo sguardo perduta fu la sua donna, dallo sguardo perduta Euridice.
Chi viene alla soglia? Chi mai dischiude le valve indicibili della Candida Porta? Non fece stridore volgendosi il crdine; ma l'albore flu su la chioma profusa, brill nelle corde ancor tese. E il passo dell'Ombra, che non inclin l'avernale asfodelo n l'anemone stigio, pi s'umana come pi s'avvicina. Ecco suona, ecco pesa come il piede vivente su cui grava grande tesoro. Chi riprende il cammino terrestre? Non Euridice.

Uno strale d'amore trapassa l'infinito dell'Ade; e tutti i pallidi prati e le tarde fiumane e gli stagni obliosi ne tremano; e il solco di luce perdura. Forse  la fnebre Alcesti?
 forse la figlia di Pelia che torna agli atrii regali, al talamo eburno, ai floridi figli?  colei che sospinse alla Notte l'anima sua bella d'un amore pi bello che ogni altro amore mortale, e dietro l'esule impavida gitt il fiore di sua giovinezza tremante?  Alcesti,  Alcesti.
Reca ella il fuoco bianco nel cavo della sua mano fedele, e cammina col volto velato. Alcuno iddio non la conduce, alcuno eroe liberatore non l'accompagna nel santo ritorno; ma ella fa lume al suo passo col fuoco nella mano protesa. Ed ecco varca la soglia, urta col pi la lira abbattuta. "O Amore, slvaci!" Il grido melodioso trapassa l'infinito dell'Ade, tocca il cuore dell'Alba nascente. Ma non  la voce d'Alcesti.

 IL SECONDO EPISODIO.

Appare una stanza tutta parata di tela grezza da tende, nella casa di CORRADO BRANDO posta tra il muro di Servio e il Foro Traiano. Su le pareti sono sospesi in trofei - dattorno a cranii di elefanti e di antilopi - gli utensili e le armi delle trib nere sparse lungo le fiumane misteriose, dalla valle del Ubi al Gourr Ganna: i grandi coltelli dei Sidma adunchi, le lance dei Bran con la cuspide a foglia di lauro, le targhe dei Gurra in cuoio di giraffa inciso, gli archi dei Gubahin a triplice curvatura, le faretre piene di giavellotti a testa mobile, i lacci di banano per catturare le fiere, le trombe foggiate con le corna dell'orige, i campani di conchiglia pei capretti, di legno pei cammelli; e gli appoggiatoi che su la mezza lunetta sostennero le nuche oleose dei guerrieri giacenti; e le ghirbe di palma che contennero l'acqua terrigna dei pozzi di Errer; e le sferze, tagliate nella pelle dell'ippopotamo, che fecero sanguinare le schiene dei mercenarii malfidi.
Un uscio chiuso  nella parete di faccia; una finestra a manca. Sopra un divano basso  distesa una pelle di leone, e vi s'accumulano a guisa di cuscini i sacchi di Bululta, tessuti di fibre vegetali a disegni neri e gialli. Sopra una tavola coperta d'una stuoia di Lugh sono disposte le carabine da caccia grossa nelle loro custodie, le rivoltelle di gran calibro nelle loro fonde, le tasche e le cintole da cartucce - bocche di fuoco infallibili e munizioni eccellenti - tutta la batteria gi sperimentata nel cammino da Brbera a Bardra, ora riforbita e pronta. In mezzo alla stanza, posata sul tappeto presso un piccolo mucchio di libri,  una robusta cassa cerchiata di ferro, con maniglie di corda; che serba i segni dei carichi e degli scarichi: quante volte agganciata dal paranco, calcata nella stiva, ballottata dal rullo, tratta su per la boccaporta brutale, gittata a sfascio su la banchina abbagliante, legata con le strambe sopra la bestia da soma, portata attraverso l'ardore delle terre incognite, deposta e ripresa d'accampamento in accampamento, rimessa nella via del ritorno con l'impronta dell'avventura lontana, con l'odore indefinibile del Sud.

MARIA VESTA  in piedi, col cappello in testa, col velo ancora abbassato sul volto, venuta di fuori, entrata l da pochi attimi. Tenendo nella mano una lettera dissigillata, ella parla a CORRADO BRANDO che sta dinanzi a lei, presso la tavola delle armi. Parla da prima irresoluta, timida, con dolcezza sommessa, dominando appena l'orribile tremore della sua passione. Egli non l'affisa.

MARIA.

Non ho compreso... Amico mio, amico mio caro, perdonatemi! Non son venuta per piangere e per lamentarmi, no... Ma, veramente, non ho saputo, non ho potuto comprendere  nessuna delle parole scritte qui... Scritte da voi? dalla vostra mano? Prima degli occhi, non l'ha creduto il mio cuore, e gli occhi neppure l'hanno voluto credere... Perch l'avreste voi fatto potendo parlarmi? O amico mio dolce, forse perch qualche volta non v'ho dato ascolto e non mi son lasciata subito persuadere? Quando? Ditemelo voi, ch io non ho memoria di questa colpa. Se parlate, tutto creder, tutto eseguir, come sempre. Per le parole qui scritte non so che vogliano dire... Bisogna che ogni cosa io sappia dalla voce cara... Questa lettera la poso qui.  come se il suggello fosse ancora intatto...
Ella s'interrompe, a quando a quando, come per attendere ch'egli dica una parola, ch'egli faccia un gesto di ammenda.
Ma tu non hai gridato che non  tua, e allora...
Ella reprime lo scoppio del cruccio; e la sua voce lacerante si raumilia.
Allora, prima di posarla su quest'altre tue armi, io la bacio. Cos.
Bacia la lettera e la posa sul calcio d'una carabina.
Sono pronta. Parla. Bisogna vivere? bisogna morire? Eccomi.
Ella alza il suo velo, come si solleva una benda di su una piaga irritata. Quando egli la guarda, qualcosa di lei si scompone e fluttua entro la fermezza dei lineamenti.

CORRADO.

Bisogna esser forti, Maria. Ho scritto perch ho temuto di non aver la forza di dire...


MARIA.

Vuoi ch'io sia forte? Sar pi forte del mondo e del destino, se tu esprimi questo voto pel mio amore. Ma non temere per te. Che tremenda forza  la tua se hai potuto fare quel che hai fatto!

CORRADO.

Obbedisco alla mia necessit, a quella che non ti fu mai nascosta.

MARIA.

S,  vero. E non t'ho amato e non ti amo anche per quella? Sono io che ti appartengo: tu non mi appartieni.  questo il patto. Lo so. Lo accetto. Ma  male che tu mi disconosca.

CORRADO.

Ti disconosco?


MARIA.

Al tempo pi felice il mio cuore quanta pena ebbe nel sentirsi divenire pi grande: l'ansiet di crescere secondo il tuo desiderio! Ogni giorno dicevo: "V' una maniera migliore di appartenergli? La trover". Quando la tua febbre di terra lontana pi faceva paura alla mia tenerezza, dicevo: "V' una maniera d'amare per cui la separazione non sia lo strazio e la morte? La trover". Ho scosso ogni giorno la mia vita dalle radici alla cima per darti ogni giorno qualche cosa di pi, qualche cosa di meglio. E tu mi dai questo commiato umiliante!

CORRADO.

Maria, Maria, a tutto resisto ma non alla tua voce, non al tuo pianto.

MARIA.

Non piango.

CORRADO.

Non resisto al tuo dolore, a quel che ti trema nel viso, alla tua bocca che non posso guardare senza che la mia volont si disfaccia. Bisogna ch'io vada. Questa volta non  soltanto la mia furia che m'incalza ma una necessit ancra pi inesorabile, perch ho bruciato dietro di me tutti i ponti, e l'ora di quella mia vita che tu conosci s' arrestata, e il tempo che passa non  se non un rombo spaventoso sul mio capo, e l'ora del rivivere non so se scoccher. Ma se tu ti aggrappi a me, se tu mi leghi le braccia...

MARIA.

No, no, non mi aggrappo, non mi getto attraverso il tuo passo, non ti chiudo la via... Guardami. Tremo, non di pianto soffocato ma dell'onta che tu mi fai. Ah, che cosa mortale  questa: che nessuna forza d'amore valga a riscattarci dal sospetto e dal dispregio dell'uomo, e che sempre quel che fu ebrezza o martirio debba alla fine apparire ingombro e perdizione! Ho veduto nei tuoi occhi il lampo della difesa disperata...

CORRADO.

No. T'inganni.


MARIA.

M'hai detto in che modo si scagli all'assalto la leonessa quando il primo colpo  fallito. Tu avevi dietro di te il tuo servo Rudu che ti stendeva la carabina carica pel secondo colpo, e la freddavi. Cos anche sai come l'amante minacciata si conduca per prendere e tenere. La lotta dei cuori  cruda come la caccia grossa. Tu mi avevi colpito con quella lettera che  l su l'arma; ed ecco io mi ritrovo in piedi davanti a te! Ah, Corrado, quando hai alzato lo sguardo ho veduto qualche cosa di cauto, di risoluto e d'inflessibile nel tuo occhio come dietro il taglio della mira. Hai pensato: "Bisogna colpire un'altra volta, e senza fallo, per passar oltre".

CORRADO.

Taci, taci! Sei folle.

MARIA.

Folle, ma diversa. Ferita, ma non per assalire. Ti parlo d'amore perch il meglio non ti fu detto. Prima d'oggi non ho potuto mettere tutto il mio amore nella mia voce, tutta la mia vita sotto le tue calcagna. Oggi sono pi che l'amante, sono quale mi vuoi. La prima volta che ti vidi, non fui veduta da te. Eri assorto, e io scopersi nel tuo viso una solitudine e una lontananza indimenticabili. Solo e lontano ti amai fin da quel primo momento. Tu avevi assuefatto te stesso e i tuoi uomini alla fame e alla sete: cos il mio cuore alla minaccia. Non una sera ho mancato di provare la mia felicit contro la certezza del dolore che tu non mancavi di promettermi prossimo. Alla fine delle mie giornate pi dolci ho detto a me stessa: "Preprati". Tu mi baci pi forte quando mi dici addio che quando mi accogli. Ogni volta ho pensato: "Come mi bacer forte quando egli dovr partire o quando io dovr morire!" Ah, che coraggioso amore  quello che non ha da sperare se non un tal bacio e non se ne dimentica! Avrei potuto essere pi pronta? Ero alfine degna che tu mi dicessi guardandomi nelle pupille: "L'ora  venuta". Avrei fatto del mio dolore la mia gloria accompagnandoti fino sul molo col passo fermo, col viso asciutto. E tu - perdonami, perdonami, ma lascia gridare l'anima mia per una sola volta! - tu, quasi a tradimento, mi metti nell'ala il tuo piombo. Non vedi in me se non la massa pesante che ha due braccia per aggrapparsi...
Egli muove un passo verso di lei come per impedirle di proseguire, convulso.

CORRADO.

Maria! Maria!

MARIA.

Mi congedi con una lettera frettolosa e oscura; sembra che tu fugga...

Egli si fa orribilmente smorto; e l'irrompere dell'emozione contenuta gli scrolla tutta la persona.

CORRADO.

Che hai detto? Sembra che io fugga!
Uno sgomento cieco assale la donna dinanzi a quel pallore. Ella tende le mani perdutamente. Il fiotto delle parole precipitose l'affoga.

MARIA.

No, no, Corrado! Non so quel che ho detto. Sono pazza, sono vile. Fa di me quel che vuoi. Quella lettera io l'ho baciata.  tua,  santa.
Il lampo della violenza constretta passa nell'occhio torvo dell'uomo; e il sarcasmo rattenuto gli contrae le labbra.

CORRADO.

No. Sei tu che hai ragione.  vero: sembra che io fugga. Ho troppa fretta. Ho qualche bruttura, ho qualche macchia da lavare nel mare? Di un'infamia debbo io fare una gloria, forse? Ne sai tu niente?

MARIA.

Non mi parlare cos! T'ho fatto male. Non mi punire. Ti chiedo perdno. Eccomi umile come quando sono entrata. Voglio soltanto servirti, aiutare il tuo servo. Tutto  pronto? Non c' qualche cosa da fare per me? Questa cassa non  ancor chiusa, questi libri...
Volenterosa, ella si china verso il mucchio dei libri per mettersi all'opera. L'uomo ha qualche attimo di concentrazione muta in cui riprende il dominio di s, considera e delibera. La sua voce, ridivenuta ferma, perde ogni asprezza.


CORRADO.

Lascia. Non ti affaticare, non ti far violenza. Alzati. Ho tempo.

MARIA.

Oh, consentimi almeno questo: che i tuoi libri sieno messi da me, che io li tocchi a uno a uno e che tu te ne ricordi quando li riaprirai... I fatti d'Alessandro Magno, Dante, Erodoto, l'Odissea, Rime e lettere di Michelangelo...
China, per dissimulare l'ambascia, ella prende i volumi leggendo a voce bassa i titoli sui dorsi.

CORRADO.

Lascia, Maria. Alzati. Ho tempo. Vieni accanto a me.
Egli si china verso di lei e le prende uno dei polsi per sollevarla. Ella lascia i libri, si volge, afferra la mano del suo amico e vi preme le labbra appassionatamente. Si alza in piedi.

MARIA.

Ah, perch ora sei cos dolce?
Ella lo guarda in volto; e di sbito rompe in un pianto irrefrenabile.

CORRADO.

Maria!
Il pianto s'arresta come un getto interciso. Un indefinito orrore si genera nella pausa.

MARIA.

Che hai fatto?

CORRADO.

Che mi domandi? Perch?

MARIA.

Non ho mai veduto tanta tristezza in un volto d'uomo. Ah, non t'ho mai veduto cos! Sei disceso in un abisso e sei risalito. Un pensiero t' passato sopra e t'ha devastato. Quale? Sento, e non comprendo. Parlami!

CORRADO.

Non ti tormentare, piccola anima mia. Ora scaccio l'allucinazione dai tuoi occhi stanchi.
Egli l'attira e le sfiora le plpebre con le labbra che tentano di sorridere.

MARIA.

Se tu mi chiudi le plpebre, veggo pi a fondo.

CORRADO.

Che vedi?

MARIA.

Comincia da ieri.


CORRADO.

Che cosa?
Ella  contro il petto di lui; e gli parla con un'ansia misteriosa, nel cerchio del respiro.

MARIA.

Quando rientrai era la primavera. Portavo meco le violette e la pioggia di marzo e - non so perch - un palpito insostenibile. E l nella stanza, davanti a te e a mio fratello, mentre ti accomiatavi, sentii d'un tratto il giorno distaccarsi e cadere come un masso pesante che si sprofonda e non si trover pi. Tutti i giorni cadono, lo so: ma quello... in un altro modo. E tu e mio fratello mi sembraste, non so, come pi vecchi. Pareva venuto non so che  autunno di sotterra. E, quando ti stesi quel mazzo di violette, intravidi la tua mano che lo prendeva ma non te che eri gi passato dalla parte della notte, dietro la porta... E, perch mio fratello mi parlava del sole su l'Aventino, non potei non piangere.
Egli la serra contro di s nell'interrogarla, agitato.

CORRADO.

Piangesti? E che ti disse tuo fratello allora?
Ella appoggia la tempia sul petto di lui.
Non rispondi?
Ella parla anelatamente.

MARIA.

Ascolto il tuo cuore. Batte pi forte.

CORRADO.

Che ti disse?

MARIA.

Il mio fratello non  anche il tuo?

CORRADO.

S, Maria.

MARIA.

Non gli sei caro sopra tutti?

CORRADO.

Egli mi  caro.

MARIA.

Dall'infanzia lontana, nella vita e nel sogno, l'uno per l'altro, l'uno degno dell'altro.  vero?

CORRADO.

Ebbene?


MARIA.

Non gli  dovuta la verit?

CORRADO.

Glie l'hai detta?
Ella nasconde la faccia nel petto di lui.

MARIA.

S.

CORRADO.

Tutta?

MARIA.

Tutta.
Ella sente nell'uomo il movimento istintivo del distacco.
No, non mi respingere!

CORRADO.

Non ti respingo.


MARIA.

Ho sentito passare in te un'onda di repulsa. Ancra diffidi!

CORRADO.

No, Maria.

MARIA.

Non mi umiliare ancra! Non credere che io mi abbandoni su te per pesarti e per opprimerti! Ho parlato perch non potevo pi vivere nella menzogna; ho parlato da cuore libero a cuore libero, senza abbassare la fronte, non per chiedere soccorso o consiglio ma per preparare al mio amore una solitudine pi grande, ma per offrire a te il sacrificio pi alto, per sacrificarti il mio focolare. Mi comprendi tu? E, a un tratto, dov'era la maschera della colpa ho veduto apparire il viso dell'innocenza. Tutto diviene facile; tutto  necessit e miracolo. Sono ora con te ai limiti del Deserto; e le cose remote della mia vita sono polvere e cenere per mezzo a cui ho camminato perdutamente prima di giungere a te. Il mio spirito pu abitare la tua tenda. Il mio coraggio pu fissare le tue nuove stelle. Mi riconosco della tua razza. Posso, come te, cantare nei supplizii. Tutto posso compiere, se tu me lo chiedi, fuorch questo: ch'io ti ami meglio, ch meglio non so.
Ardentemente egli la serra fra le sue braccia, preso da una sbita ebrezza.

CORRADO.

Ah mia mia mia, troppo tardi conosciuta, troppo tardi amata! Da che profondit  salito alla tua bocca questo canto? T'inseguivo nelle tue musiche quale ora mi ti mostri. Ho ascoltato con angoscia tutte le tue melodie per attendere che quest'una venisse. E ch'io abbia potuto udirla in questo punto,  forse l'ultimo dono del Destino. Credevo che non avrei pi udito omai se non l'orribile rombo. Ma una tale tregua si concede soltanto a colui che parte pel viaggio senza ritorno.
Pi e pi ella si serra contro di lui.

MARIA.

Amore, amor mio solo, perch parli di morte nella vittoria?

CORRADO.

Non so, cara, non so se io sia pi vicino alla morte o alla vittoria. Ma certo sento sopra di me l'ombra di un'ala; e, qualunque sia, basta alla mia ebrezza. Avevo sempre davanti agli occhi l'immensa duna oceanica e mi sembrava di leggere nelle corrosioni spaventose, chiara come in una lapide incisa, la mia profezia eroica. Ed ecco,  scomparsa. Tu sei forse la mia ultima terra lontana. Ho camminato dentro di te con una rapidit senza respiro, di vertice in vertice. Come potr il mio piede andar pi lungi della mia anima? Maria, Maria, tu sola comprendi. Tu sai che, se cerco la via ignota, la cerco per svelare me a me stesso. Superare il pericolo non mi vale se non a superar me stesso. I pi grandi spazii io li percorro nell'invisibile,  dentro di me. Toccare la sorgente o la foce segreta d'un fiume non mi vale se quella gioia non illumina nel mio spirito una cima pi alta. Ora tu mi di da respirare l'aria ch'io cerco. Tu acceleri il battito della mia vita come quel gran vento che amo, pieno di sabbia sollevata e di schiuma in lembi. Mi esalto in te come quando la volont vinceva il dolore della carne bruta e faceva indietreggiare la morte. Tu susciti dal mio destino ancora un baleno, forse il pi bello. Mi mostri in te l'altezza a cui ero nato, mentre il tuo stesso presentimento m'affonda nella notte...
Pi e pi ella gli si serra contro il petto come per dissolverglisi nel cuore.


MARIA.

No, no, non era un presentimento; era un'ombra passeggera, una malinconia del tramonto, il malessere della stanchezza... Chi pu abbattere la tua forza? La folgore soltanto. Di qual dio? A te, vivere e vincere; a me, vivere e attendere. Conserver il mio amore fuor d'ogni vista, dove il suo battito non potr essere udito. Se tu tornassi dopo anni e anni, dal fondo del pi lontano mistero, mi ritroveresti quale mi lasci. Mi sembra che l'immobilit dell'anima nel fuoco di una sola attesa debba quasi arrestare il tempo, abolire il decadimento, serbare immutato anche il volto per il sorriso futuro. S, mi ritroveresti bella, forse pi bella... Non vuoi ch'io viva?

CORRADO.

Maria, Maria, chi ti d questa voce? Chi parla in te? La tua vita trabocca. La morte  una, le sorti son mille.

MARIA.

L'ho guardata, la morte. Lo vuoi sapere?
Come il divano  da presso ella vi si abbandona e CORRADO con lei, senza separarsi.
Stanotte ero distesa nel mio letto, supina. Non avevo mai patito in quel modo il peso del mio corpo; n mai sentito d'essere una cosa, una povera cosa, che non serve pi a nulla se quell'uno a cui fu data la lasci cadere o la dimentichi...  Ah, se potessi farti comprendere! Ero tua non so in che maniera bruta, con tutte le ossa, con tutto il sangue, con tutto quel peso orrendo; e m'era rimasta una piccola piccola anima come un filo d'acqua sotto un macigno. E quell'anima a ogni tratto ripeteva una parola cieca, una parola che non era neppur sua ma di una povera donna veduta passare in un giorno di mercato per una piazza piena di gente, che diceva: "Perch? perch?" Camminava singhiozzando, con la faccia quasi sommersa nel pianto (la rivedo); e non conosceva nessuno; e la gente s'ammutoliva e la lasciava passare; ed ella ripeteva: "Perch?"; e nessuno poteva risponderle n trattenerla... Come avevo io ritrovato in me quell'accento di dolore senza ragione e senza conforto? Non so. Per soffrir meno, pensavo: "Ecco, sono distesa per lui e non mi alzer pi. Ma che positura mi darebbe egli se dovesse compormi per sempre?" E facevo il gesto del tuo sonno: mettevo le braccia sotto la testa come quando tu t'addormentavi laggi su la nuda terra. E rimanevo cos, ma non cessavo di soffrire. E pensavo: "Ma questo dolore con cui egli mi penetra, che fa parte delle mie ossa, che  la mia midolla, non mi congiunge a lui, inseparabilmente?" E sollevavo la mano contro la fiammella della lampada, e cercavo di scoprirlo a traverso la palma rossa e trasparente... Ah, perch ti racconto queste cose puerili? Voglio che tu sappia da qual notte  nata l'alba di questo giorno. M'ascolti?

CORRADO.

T'ascolto. Parla. Dimmi tutto.

MARIA.

Allora ho udito un romore confuso che m'ha fatto spavento perch in sul primo non potevo accorgermi se fosse prossimo o lontano, se fosse nel mio sangue o fuori, di tutta la terra o del mio destino: ma cos eguale che a poco a poco s' conciliato con la mia pena, prima che i richiami e i lamenti me lo facessero riconoscere. Era una mandra che passava lungo il Tevere, sotto la mia finestra. Curva sul davanzale, son rimasta a guardare quell'onda biancastra che passava passava, cacciata innanzi, chi sa dove, nella notte senza requie. E, come quel movimento continuo mi dava un poco di vertigine, nello sporgermi ho sentito ch'era facile lasciarmi cader gi; e un vto mi s' riaperto in mezzo al cuore, di sbito, un vto che forse ti parr triste ma che pure talvolta mi suscitava un gran tumulto di felicit: il desiderio di morire perch da me ti venisse qualche bene ignoto. Ero lucida tuttavia nell'orrore della strada brutale calpestata dalla mandra lamentevole. "Meglio  sparire, senza sangue, senza strazio", ho pensato. "Il fiume  l. Traverser la casa a piedi scalzi, scender le scale, aprir la porta, camminer fino all'argine..." Mi son chinata con un gesto istintivo, e mi sono accorta che i miei piedi erano gi nudi e ghiacci. Ma, nel riaffacciarmi per seguire l'ultimo pastore che scompariva verso San Paolo, ho traveduto nel cielo un bagliore d'alba e ho sentito salire dalla mia carne pi profonda qualche cosa come un grido senza suono...
Sopraffatta dal tumulto, ella s'arresta. Nasconde la faccia contro l'omero dell'uomo.
Mi perdoni se vivo? Mi perdoni se sono tua... ancra pi, ancra pi?

CORRADO.

Maria, Maria, chi ti d questa voce? e perch oggi sei in me pi addentro che il mio stesso cuore?  Quando ti presi per la prima volta nelle mie braccia, non eri mescolata a me come ora. Sento che  nata in te non so che potenza...

MARIA.

Senti?
Ella dice questa parola con la bocca nascosta, piena d'un fremito ineffabile.

CORRADO.

Per la prima volta, per la prima volta soffro e gioisco in un'altra creatura, mi sciolgo dai miei mali, rinunzio la mia solitudine.

MARIA.

Senti?
Ella ripete questa parola sempre pi soffocata ma con un fremito sempre pi profondo.

CORRADO.

Sento che le radici della mia vita non sono pi in me e che l'infinito  l dove tu ti volgi.

MARIA.

Senti?
Ella distacca dall'omero di lui la faccia; e rovescia un poco il capo, colle plpebre chiuse, bianca di rapimento.

CORRADO.

Non avevo pi speranza; e tu palpiti come se tu non bastassi a contenerne una pi grande di quella ch'era mia.
Ella spalanca gli occhi, mentre una sbita fiamma di sangue le illumina il viso.

MARIA.

Amore, amore, indovini dunque?
Egli trasale, sotto il lampo della rivelazione inattesa.


CORRADO.

Tu credi che...

MARIA.

Devo dirtelo? Le labbra ti si fanno bianche. Mi perdoni? mi perdoni?

CORRADO.

Tu vuoi dirmi che...
Novamente ella nasconde la bocca, gli susurra nel cuore l'annunzio.

MARIA.

Non siamo pi soli.
Cos piegata non vede ella sino a qual punto la violenza dell'intimo turbine possa sfigurare un volto umano. Si china egli su lei, la interroga rauco.

CORRADO.

 vero? Sei certa?


MARIA.

Sono certa.
Discosta da s la donna egli e balza in piedi, non reggendo all'mpito. Dalla proda del divano si protende ella a guardare l'agitato, come dal fondo di una fossa ove sia caduta e debba perire.
 una sciagura? Hai orrore del vincolo sacro? Vuoi ch'io opprima il tuo sangue che gi pulsa in me? Gettami una parola. Il vto  differito d'un sol giorno. La notte  prossima.
Sommessa parla ma con selvaggio anelito. Si volge egli impetuoso e le si gitta dinanzi quasi di schianto, fervido come in una preghiera inalzata.

CORRADO.

Folle! Divina! Bacio le tue ginocchia, adoro ogni vena delle tue mani, trattengo l'alito davanti a te per tema di turbare il germe che tu nutri. Tutto quel che di pi dolce e di pi casto  sopravvissuto alla mia guerra, io posso raccoglierlo ancra e offrirlo all'apparizione del tuo mattino. Per un attimo ho sentito tra le mie plpebre aride i tuoi occhi medesimi, il fresco del tuo sguardo, e ho veduto anch'io sopra una terra coperta di scorie tremolare l'unico fiore al vento della tua alba. Quasi non oso pi toccarti. Vorrei con quel che mi resta della mia forza creare la pace e la bellezza intorno al tuo miracolo silenzioso. Che la mia ragione eroica di vivere sia perpetuata! Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia pi profonda cicatrice! E che nella tua memoria io sia assolto!


MARIA.

Assolto di che? E che  mai la colpa? E che  mai la memoria? Tutto quel che  tuo,  presente sempre. Ieri e oggi vivono nella medesima luce. Quel che ti riguarda sembra trovarsi in un mondo ove la prova non ha n significato n esistenza. Una sola omai  la parola che l'amore dice alla mia anima: "Oltre".  la tua parola stessa.
Di nuovo rapita, ella tra le sue palme gli solleva la testa. Egli  fiso a una imagine ignota.

CORRADO.

Ma il fervore della libert, l'esaltazione del coraggio, l'urto degli eventi e degli uomini, tutto sparisce dinanzi alla realt immediata,  all'atto che non pu esser distrutto!

MARIA.

A che pensi? Hai in fondo alle pupille un orrore immobile.

CORRADO.

Iersera tuo fratello mi domand: "Sei tu divenuto il mio nemico?"

MARIA.

Pensi a lui?

CORRADO.

Gli hai tu confessato... anche questo?

MARIA.

S.

CORRADO.

Povero e grande cuore!


MARIA.

Anch'egli capace di andar oltre. Lo sai.

CORRADO.

E che far egli?

MARIA.

Sormonter la sua tristezza.

CORRADO.

Perduto per me.

MARIA.

Ti amer ancra.

CORRADO.

 disperato?

MARIA.

E vigilante.


CORRADO.

Dove l'hai lasciato?

MARIA.

Non so dove sia ora. Aspettiamo nostra madre stasera.

CORRADO.

Tua madre?

MARIA.

S, viene per poco. Arriva, riparte. Anch'ella ha il suo supplizio.

CORRADO.

L'hai chiamata?

MARIA.

L'ha chiamata Virginio nel primo sgomento, credendomi bisognosa d'aiuto.

CORRADO.

E che potr fare per te?

MARIA.

Che mia madre dopo tanto abbandono mi riprenda sopra il suo petto, anche per pochi attimi, in quest'ora della mia vita,  forse un sacramento della Natura. Anch'ella  piena di passione e di conoscenza. Rinascer da lei un'altra volta, armata e pronta, per appartenerti.

CORRADO.

Ancora una prova per te!

MARIA.

Non temere.

CORRADO.

Quando arriva?


MARIA.

Fra poco.  gi tardi. Il sole tramonta. Bisogna che io vada, anima mia.

CORRADO.

Te ne vai?
Con un moto subitaneo la circonda per ritenerla.

MARIA.

Non vuoi ch'io vada?
Egli si ritrae dominandosi.

CORRADO.

S, devi.

MARIA.

Hai tutto risoluto?

CORRADO.

Ti rivedr, ti rivedr ancra.


MARIA.

Quando?

CORRADO.

Fra due ore, a casa tua.

MARIA.

Verrai?

CORRADO.

Verr.

MARIA.

Mia madre sar forse ancora l.

CORRADO.

Non ho anch'io da dirle la mia parola?

MARIA.

Quale? Potr ella fare che io sia pi tua? Nulla chiedo. Ricrdatene. Sono libera, liberamente data: non un vincolo ma un dono.

CORRADO.

Un segno.

MARIA.

Vuoi che torni io stessa?

CORRADO.

Verr, verr.

MARIA.

Una sola cosa promettimi.

CORRADO.

Dimmi.


MARIA.

Che mi consentirai d'accompagnarti.

CORRADO.

Dove?

MARIA.

Fino al mare, fino alla nave.
Il mento le trema e discompone le parole animose. Perdutamente egli la serra nelle sue braccia e la bacia in bocca. Disciolta ella indietreggia un poco, vacilla trascolorando, come trafitta; grida, come forsennata.
 l'addio,  l'addio!  la morte!

CORRADO.

Che hai? Maria! Maria!

MARIA.

Non m'avevi mai baciata cos!   il bacio terribile a cui ho pensato sempre. Ti perdo!

CORRADO.

No, no. Non ti sbigottire. Sei allucinata. Tutto ti scrolla. Volevo che tu sentissi come son tuo, come son tuo.

MARIA.

Non m'inganni,  vero? Non m'inganni, non mi illudi per piet di me.

CORRADO.

Ti rivedr. Ti terr sul mio cuore. Ti far sicura.

MARIA.

Mi sembra di non poter passare la soglia.


CORRADO.

Va, Maria. Aspettami. E che tua madre ti sia dolce!
Ella gira intorno alle mura della stanza il suo sguardo disperato; e finalmente la constrizione  rotta, gli occhi le si riempiono di lagrime.

MARIA.

Ti ricordi?
Per soffocare l'impeto del pianto, si volge, spinge il battente dell'uscio, passa la soglia, si dilegua.

CORRADO.

Maria!
Egli fa l'atto di chiamarla e di seguirla; ma il nome gli muore nella gola, il passo gli s'arresta. Ritto in piedi, con le due mani egli si stringe le tempie come per comprimere la pulsazione insostenibile dell'interna guerra. Sussulta udendo il tonfo che fa la porta su la scala nel rinchiudersi. Si scopre la faccia, si volge intorno, si muove incertamente; poi si precipita alla finestra; curvo sul davanzale, guarda nella via. Non reggendo l'ambascia di l si toglie, grida.
Rudu! Rudu!
Il servo accorre.
Va, scendi, richiamala! Dille che torni indietro, che ho bisogno di parlarle ancra. Va!
Pronto e muto il servo obbedisce, ma egli lo ferma su la soglia.
No, no. Lascia. Rimani.
Il silenzio  come la pausa nell'uragano. CORRADO BRANDO si appressa alla tavola su cui sono ordinate le armi; prende una carabina e la esamina. Il servo RUDU rimane in piedi, attento. Egli  di membra snello asciutto e muscoloso come quei veltri sardeschi addestrati alla piga contro la bestia e l'uomo, fosco in viso come un indigeno dell'Alto Egitto, raso i neri capelli, nerissimo gli occhi sagaci tra cigli lunghi e folti, con tutti i piani faciali dalla fronte al mento ridotti su l'osso alla pi semplice singolarit quali nel masso calcrio li scolpiva l'arte egizia dell'Antico Impero.

CORRADO.

L'armaiuolo ha portato le cartucce a palla d'acciaio?

RUDU.

S, su mere.

CORRADO.

Caricate con diciotto grammi di polvere?

RUDU.

S, su mere.


CORRADO.

E quelle a palla espansiva?

RUDU.

Anche. Tutto  pronto, se vuoi partire sbito.

CORRADO.

Guarda: non  stato rimesso il pezzetto d'avorio nel mirino.

RUDU.

Perdonami, su mere. Ma quella  la carabina di Archisa, e credevo che tu volessi ricordarti del libbah quando gli sparasti in bocca, quasi a corpo a corpo, dalla zeriba sfondata.

CORRADO.

Hai ragione, Maureddu. E il sole del Tropico non mi brucer la pupilla! Hai riguardato i due Winchester? e il mio revolver Colt?

RUDU.

Non ci pensare. Tutto  fatto.

CORRADO.

Metti le cartucce nella mia cinta.

RUDU.

Di gi, su mere?

CORRADO.

Voglio caricare tutte le armi. Sfibbia le fonde. Togli dalla custodia il Paradox.
Il Sardo nasconde la sua inquietudine con un sottile sorriso.


RUDU.

Siamo di gi stasera a Sigal, in mezzo al bosco? Sa vida pro sa vida, sa pedde pro sa pedde!
Si appressa alla tavola, eseguendo il comando.

CORRADO.

Ah, Rudu, non servo ma compagno, buon compagno, che darei per esserci stasera con te in un cerchio di fuochi! Ti ricordi la felicit di quella sera quando per la prima volta rimanemmo soli, con la piccola scorta, prima di giungere a Milmil, in quel mare d'erba dove pascolavano le antilopi e gli onagri? A un tratto vedemmo un leone sopra una guglia di termiti crollata, che ci guardava fiso. Era il primo. Scomparve nella macchia, avanti ch'io potessi mirarlo. Ci avvicinammo. Aveva lasciato sul posto la met d'una gazella, che tu cuocesti al tuo modo sardo nel calore della fossa cavata in terra; e non facemmo mai cena pi allegra. Te ne ricordi?

RUDU.

E come no, su mere?

CORRADO.

Dopo, prendesti la tua launedda e sonasti un'aria della tua Planargia su le tre canne dispari; e dopo cantasti una canzone della Vega, che non pareva nata nell'agrumeto della tua isola triste ma nella stessa terra dov'eravamo distesi e dove tu l'avevi ricondotta. E gli Arabi di  Massaua e gli Assaortini e i Beni-Amr ascoltavano in cerchio immobili, come se il tuo canto non fosse straniero ma venisse dal fondo della loro infanzia. E la patria non pi era dietro di noi ma davanti a noi, di l dalle alte erbe in fiamme, nella notte piena di odore leonino e di pericolo.
Apre con un colpo secco la carabina e introduce le cartucce.
Ah, frade, gran miseria! Credi tu che il piccolo fatto senza sangue possa affascinare la ragione del combattente come il segno di gesso bianco affascina il pollo steso gi? Tu sei buon giudice: sei della razza dura che usava affrettare la morte all'agonizzante soffocandolo coi guanciali dell'accabadora. Non era il tuo compare quel bandito di Dualchi che disse: "I morti li seppellisco nel mio fegato?" Tu dimmi se un sol movimento debba valere contro tutta una vita libera alzata su due talloni.
Con un colpo secco chiude la carabina, e la depone su la tavola.

RUDU.

Che vuoi ch'io ti dica, su mere? Non t'intendo ma vedo che stai in corruccio. Se posso toglierti la spina, comandami. Non ho spavento di nulla, per te. A Olda mi domandasti di cantare nella tortura, e t'obbedii.

CORRADO.

E un ostacolo molle arrester colui che canta nella tortura?

RUDU.

No, perdeu.

CORRADO.

M'hai ricordato il giorno in cui volemmo non pi essere uomini, ma qualcosa di meglio. Vincemmo i bruti e il destino.

RUDU.

Tu vinci sempre, mti.
"Mti", la parola che nel paese dei Galla designa il Capo di genti, ritorna in bocca al discendente degli antichi Balari.

CORRADO.

Sempre, ma nel deserto. Facemmo consiglio, prima d'affrontare il rischio cieco. Te ne rammenti? Niente acqua; ancra qualche striscia di carne secca; le vesti lacere; rotte le suola; lasciate quasi tutte le bestie e le some nella selva di spini inestricabile; fuggita la guida; chiusa la via prescritta; dinanzi a noi il villaggio in armi; con noi due soli cuori, i nostri, e il resto carogne. "Devieremo guadando il fiume o entreremo a Olda?" Ecco la moneta coloniale romana che tu trovasti a Montarvu quando saggiavamo la vena del ferro. L'ho sempre meco.
La trae di tasca e la mostra al servo.
Allora la gittammo in aria per interrogare la sorte. La testa: deviare. L'aratro: andar diritto. Sei volte la gittammo, ostinati; sei volte venne la testa. Tu mi guardavi nelle pupille; e facesti: "Va diritto. Tocca! a su chi escit!"


RUDU.

Il denaio diceva una cosa e il tuo occhio un'altra, mti. Il tuo occhio fa legge.

CORRADO.

Andammo al supplizio! Rudu, oggi  peggio che davanti a Olda. Voglio di nuovo interrogare la sorte. Partir? Non partir? Rughe o crastu. Tieni. Tu gettala.
Gli d la moneta romana.
Partire: la testa. Restare: l'aratro.
Il servo esita e lo scruta.
Mi guardi?

RUDU.

Che vale il giuoco, se tu vuoi quel che vuoi?


CORRADO.

Mi leggi nell'occhio?
Il servo cerca di penetrarlo a dentro, inquieto.

RUDU.

Questa volta no.

CORRADO.

Getta, dunque. Aspetta. Non sul tappeto ignobile. Prendi quella pelle di leone e stendila. Ti ricordi? L'altra volta eravamo in un sentiero d'ippopotami, che conduceva al guado, tra le canne rotte.
Il servo toglie la pelle di sul divano e la stende.
Bene, cos. Getta.
Il servo non dissimula la sua ansiet. Getta in aria la moneta romana che  ricade su la spoglia ferina; poi si curva; si mette quasi carpone per meglio accertare il responso.

RUDU.

L'aratro.

CORRADO.

Restare! Prova ancra una volta.
Il servo, senza levarsi, rinnova il tratto, poi si curva.

RUDU.

L'aratro.

CORRADO.

L'ultima volta.
Il servo ripete la prova.

RUDU.

S'aradu!
Egli volge il capo in su, tentando di sorridere.

Allora si parte? Tocca! a su chi escit!
Ma il violento non gli bada, ripreso dall'agitazione oscura. Un fantasma odioso si genera dentro di lui; per la voce  pacata e lenta dopo l'intervallo.

CORRADO.

Rudu, imagina ch'io sia nel porto, gi sul ponte del battello, voltato a proravia. Ecco che uno sconosciuto s'avanza e mi mette una mano su la spalla. Tu che fai?
Il servo si leva di su la pelle a poco a poco, ascoltando. A mezzo del suo levarsi, scatta colla rapidit dell'istinto; e fa il gesto primitivo della sua gente che con la pietra acuminata rompe il cranio del nemico abbattuto.

RUDU.

Ddi pisto sa conca.
Il mti aggrotta le ciglia, con un lieve fremito. Poi scrolla il capo; e  s'avvicina alla finestra pel cui vano si scorge una grande nuvola di primavera, pregna di luce, sospesa nel vespro.

CORRADO.

Senti gracchiare i corvi su la Torre delle Milizie? Si posano sempre a quest'ora. Fra poco  sera. Senti il romoro degli insetti umani? Non avendo stasera la zeriba nel deserto, bisognerebbe che io avessi una torre nell'Urbe e che io v'accendessi il mio fuoco per ardervi la mia libert il mio orgoglio e la mia idea. Questa  una gabbia miserabile; per non c' bisogno di bitumi per incendiarla: basta uno zolfino.
Parla come in un sbito accesso di selvaggia allegrezza. Poi rincupisce.
Rudu, non badare a quel che dico. Imagina ch'io abbia bevuto l'idromele,  e che mi ritorni la smania della guerra. Da ora in poi, prima di aprire la porta, fa come nel tuo paese: guarda per lo spiraglio.

RUDU.

Hai un nemico, mti?

CORRADO.

Sono un nemico.

RUDU.

Fa che io t'intenda, se ti devo obbedire.

CORRADO.

Non importa.
Il fedele china il capo, e mormora tra i denti i modi del suo linguaggio.

RUDU.

Veru est. Resones tenes.


CORRADO.

Forse converr che io ti separi da me, buon compagno.

RUDU.

Che dici mai, su mere? Ite diaulu ses nande?
Il sogno parla nel violento con un accento profondo e puro.

CORRADO.

Ti duole di ritornare lass a Santu Lussurgiu, al tuo vulcano nericcio, dove ti trovai? Sei nato dentro un cratre spento, che si ridester. Che fiera culla, Rudu! Non ti sta nel cuore? Fra il Logudoro e l'Arborea, tra i sepolcreti giganteschi delle pi antiche stirpi, tutta chiusa in una chiostra di basalto e aperta soltanto a ostro-libeccio,  al soffio dell'Africa. Sembra la figura espressiva del pi maschio fato. Ti ricordi quando ascoltavamo il vento d'agosto che portava gli stormi rossi allo stagno di Cabras? Io ti dissi: "Vieni con me, homine de abbastu". Tralasciammo d'esplorare la miniera esausta sul Monteferru per seguire la vocazione d'oltremare. Ora va, tornatene lass; e in ogni primavera, quando la tua tanca s'empie d'asfodeli, accendimi un fuoco di lentisco sopra un nuraghe per memoria e non mi dimenticare nei tuoi canti.
Un dolore severo annobilisce il volto dell'isolano.

RUDU.

Perch mi scacci? Che male ti feci, su mere?

CORRADO.

Non ti scaccio. Mi accomiato.

RUDU.

Parti, dunque.

CORRADO.

Non so per dove.

RUDU.

N te lo domanda il tuo servo. Ovunque ti segue, e non parla.

CORRADO.

E se io dovessi morire?

RUDU.

Morire!

CORRADO.

Tanto ti stupisci? Mi conservi la fede di Olda? Ma non ho immortalit fuori del deserto, ti dico.

RUDU.

Non mi parlare lontano.

CORRADO.

Se parlo con te, figlio del cratre, parlo anche con la mia malinconia. Guarda i pini della Villa Aldobrandina come s'arrossano! Pensa che risentirai l'odore degli aranceti di Milis, che rivedrai le tue sorelle cucirti il gabbano d'orbace, la tua madre ammonticchiar la cinigia dentro il cerchio dei sassi, perch tu dorma su la stuoia co' piedi vlti al focolare...

RUDU.

M'hai fatto il cuore duro, lo sai, alla stregua del Monteferru. E perch ora me lo vuoi fendere? Quando venni con te, dimenticai il focolare e la via del ritorno. E tutti i legami io li disfeci per rifarne uno solo; e tanto io lo seppi ben torcere - perdonami - che neppur tu lo puoi pi rompere.

CORRADO.

Un'altra parola d'amore, un'altra ala che batte su l'orlo della voragine!
Il volto gli balena. La sbita sollevazione ha quasi l'apparenza d'un breve delirio.
O Rudu, e quale potrebbe essere il cmpito di colui che sopravvivesse al giorno santo? Tu non lo sai, n io forse lo so. N tu cerchi d'intendere. Ma tu sei ancra capace di cantare con una voce pi ferma in un supplizio pi crudo, se io te lo comando; e tutta la tua razza io la sollevo in te, con tutti i suoi eroi dormenti. Come tanta forza e tanta fede si possono disperdere prima d'andare al segno? Un muro costrutto da schiavi ciechi pu distruggere l'orizzonte aperto dal veggente? Io ho ricevuto dianzi un annunzio di perpetuit. Il germe della mia virt futura  custodito da una sfinge che m'ha svelato l'enigma. Credo che dal pi remoto deserto io lo sentir schiudersi in mezzo al mondo e volgersi verso il mio sole. O cuore fedele, ha ragione il tuo grido: io non posso morire. Le mie piaghe mortali son divenute cicatrici vivide che il sangue urta col suo battito pi forte. Anche questa volta io voglio afferrare il destino alla gola e ridermi del suo responso. L'aratro!  fatto pel solco, e la prua gli somiglia. Quella moneta fu tratta da un sepolcro: il suo posto  tra i denti di un cadavere. Non la raccogliere! Ma preparati. Vedi, ho la fronte in sudore e non agonizzo. Domani il maestrale si porter via la mia febbre. Per - l'ho detto - la mia sete io non la estinguer se non ai pozzi di Aubcar... Su, Rudu, all'opera. Ti dar una mano.
Inquieto e vigile il servo tende l'orecchio verso l'uscio come per cogliere un suono.
Non ti muovi! Che ascolti?


RUDU.

Qualcuno suona alla porta.

CORRADO.

Hai udito?

RUDU.

 la seconda volta.
Per istinto, la statura dell'uomo di guerra si erge. Ogni segno di smarrimento scompare. La voce riprende il suo tono metallico.

CORRADO.

Guarda chi , poi torna.
S'addossa alla tavola delle armi, fitto lo sguardo all'uscio per ove il servo esce e rientra. Raccogliendosi l'ombra sotto la grande arcatura delle ciglia, sembra cresciuta la prominenza della fronte contratta; alla luce obliqua ogni lineamento rilevandosi, tutto il volto indurito e incrudito  come la maschera granitica della Risolutezza.


RUDU.

 il tuo amico, su mere.

CORRADO.

Chi?
La risposta  sommessa, accompagnata da un lieve cenno espressivo.

RUDU.

Su frade...
Un'indicibile onda si spande su la maschera e la spetra. Succede un attimo di esitanza. La parola  sorda.

CORRADO.

Entri.
Il servo si ritrae per introdurre il visitatore. CORRADO si distacca dalla tavola, movendo un passo.

Entra VIRGINIO VESTA; e l'uscio si riserra dietro di lui. Sembra che nel giro d'un giorno egli abbia vissuto vent'anni di vita carichi di lutto; ma una indmita volont di salvezza arde ne' suoi occhi gravi. Stanno l'uno di fronte all'altro i due amici e si guardano, per alcuni istanti in cui la ruota dell'intima vita gira vertiginosamente. Il palpito dei cuori, al primo parlare, fiacca la voce nelle gole aride. Quegli che primo parla ha la parola quasi sparente, come per lo sforzo di toglierle ogni qualit corporale affinch meno pesi, meno offenda.

CORRADO.

Perch vieni, Virginio? Una sola pena mi pareva di non poter patire, fra tutte, dall'ora di ieri a questa: il tuo sguardo senza minaccia. E perch stringi me e te in quest'orrore? E che mi dirai? e che ti dir? Vedi che quasi non so parlare. Sento che il solo suono della mia voce ti fa soffrire orribilmente.

VIRGINIO.

No. Pi male non puoi farmi. E perch tanto male tu m'abbia fatto, guarda, non te lo chiedo. Ma certo, se bene cos parli, sento che la tua voce passa tra i tuoi denti...

CORRADO.

La belva! Vieni per giudicarla?

VIRGINIO.

Non giudico. Sono anch'io nel cerchio d'inferno in cui ci hai cacciati e serrati all'improvviso. Si pu urlare di dolore o di furore, ma non giudicare. Anche in me oggi non parlano se non gli istinti. Il primo sforzo per mozzare il grido e l'imprecazione, per tener diritte nella mia schiena le vrtebre che si disgiungevano, lo sforzo contro l'annientamento io l'ho compiuto. Vedi, resto in piedi. Ma ora sono come in mezzo a un incendio: non vedo, non odo se non in confuso: non giudico: ho tutta la forza e tutta la volont nelle due braccia per prendere, per portare qualche cosa di umano a salvamento.

CORRADO.

Quel che  umano non pu pi essere salvato omai, povero Virginio; e il resto  fuori d'ogni offesa e d'ogni sciagura. Se io parlassi, tu non m'intenderesti.

VIRGINIO.

Tuttavia bisogna che tu parli e ch'io sappia.

CORRADO.

Che vuoi sapere? Maria era qui dianzi.

VIRGINIO.

L'ho veduta uscire.

CORRADO.

L'hai scontrata? Ti sei mostrato a lei?

VIRGINIO.

No, non ho osato. Andava in fretta ma quasi senza passo, come portata dal vento o dall'anima sola. Per sentivo che, se si fosse arrestata, sarebbe caduta a terra e l rimasta. Forse soltanto le mani di sua madre potranno toccarla senza farla morire.

CORRADO.

Morire! E che sai tu? e che conosci tu di lei? Tu ne parlavi come della sorgente e dell'erba. Ma io con tutte le violenze della mia guerra, tu con tutta la tua volont di beneficio, non eguagliamo il suo potere. Ella ha fatto la sua vigilia nel gelo della morte, con la finestra aperta su l'alba, a piedi scalzi come chi deve passare all'altra riva. Ed  passata di l; ed ora, con tutta la sua innocenza va verso la madre dolorosa per rinascere "armata e pronta". Intendi tu questa parola? Un soffio ha disperso i limiti del focolare ma ha creato un pi grande spazio per un pi gran respiro. Ella  un indizio di libert, il preludio di un canto inaudito. Io mi sono inginocchiato dinanzi a lei per renderle grazie d'una promessa non fatta a me, che forse sto per scomparire, ma a tutta la mia razza imperitura. Il travaglio divino che affatica l'oscurit della massa umana, ecco, a un tratto ha toccato la cima di quel cuore per dar segno di s, per rivelarsi. La pi profonda fibra della mia virt ha sussultato come non mai. M' parso che nel germe ancor cieco del nuovo essere sia entrata la pi fulgida favilla del mio spirito. "Dunque la schiava subdola e funesta potr divenire un giorno la compagna e la custode animosa fino alla morte e oltre?" "S" ella risponde; e pi non conosce n l'uso n il costume n il limite; ma, pari alla stessa vita, si sente capace di tollerare tutti i mali. Ah, neppur tu con la tua voce fraterna hai mai detto il suo nome come oggi io l'ho detto!
Misto di giubilo e di sgomento irrompe dal profondo cuore il grido del fratello attnito.

VIRGINIO.

L'ami?
Egli lo guarda come se gli apparisse in un aspetto inopinato. Ma il fervore dell'altro si spegne in una tristezza severa.

CORRADO.

Virginio, so in quale ansiet, anzi in quale terrore il tuo grido ha risonato dentro di te.
Dopo una pausa, egli pronunzia la domanda improvvisa con una singolare chiarezza.
Chi sono io oggi?
Soffocato dall'emozione, VIRGINIO resta muto.
Non rispondi? Mi guardi. Cerchi perdutamente la risposta nel mio volto.

VIRGINIO.

Da ieri, dall'ora in cui mi dicesti che non potevi pi essere il mio amico, rivedo per lampi interrotti il tuo volto qual era nel sonno quando tu dormivi nel letto accanto al mio, lass, in quella stanza nuda.
La voce trema nel ricordo. In quella di CORRADO comincia una strana ambiguit, per sbiti contrasti di tristezza e di acredine, di veemenza e di oppressione.

CORRADO.

E non ti sbigottivi del mio aspetto nel sonno? Non scoprivi nell'amico il nemico?

VIRGINIO.

Dormivi sempre senza guanciale, col braccio sotto la testa, sicuro e leggero come se ti sostenesse la terra e ti proteggessero le stelle.

CORRADO.

Se la sorte vorr che tu ti pieghi sul mio corpo liberato dal soffio che lo brucia, rivedrai quella pace. Ora tu cerchi un altro segno, forse un marchio infame. Non lo trovi.

Incalza di sbito, quasi aggredisce, come se volesse combattere a cuore a cuore.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

C' ancora una speranza, in fondo a te, che vacilla. I miei occhi penetrano pi a dentro.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Ieri - era quest'ora - ti confessai la tentazione selvaggia. Vuoi che oggi io ti confessi il resto? Sei venuto per questo? Ti avvicini perch io ti parli piano... Dimmi: che sai?
 come una sfida ardente, con qualcosa di sfrontato che dissimula l'orgasmo febrile. Ma la risposta  come una implorazione.

VIRGINIO.

Non sono il tuo giudice: sono ancra il tuo fratello, rinnegato e ferito, ma pertinace. Non t'interrogo: ti dico che agonizzo sotto un peso lgubre. Metti un termine a quest'agonia. Non senti come la vita precipita? Pare che in ogni attimo si dissolva una zona del mondo...

CORRADO.

Affrttati. Che sai?
VIRGINIO abbassa la voce, sotto il fantasma indistinto che li copre entrambi.

VIRGINIO.

L'uomo della bisca, quello a cui volevi pagare il tuo debito con una moneta che portasse la tua effigie, si chiamava Paolo Sutri.

CORRADO.

Ebbene?

VIRGINIO.

La mattina dopo fu trovato esanime nel suo letto.

CORRADO.

Aveva il colpo di grazia somalico nel collo, sotto la nuca? il taglio di riconoscimento?

VIRGINIO.

Il demone ti riafferra! Ancra il sarcasmo? Tu m'avevi parlato della mano "che uccide con precauzione". Una mano cauta ed esperta l'aveva spento.


CORRADO.

Quale?

VIRGINIO.

Prima spento, poi derubato. Scopo dell'assassinio era il furto? Il sospetto cadde su Simone Sutri, sul nipote avverso. Ieri fu preso, gi rilasciato stamani, riconosciuto incolpevole.

CORRADO.

E allora?
Un'irrisione malvagia gli lampeggia nel viso e glie lo contrae in un cipiglio quasi di minaccia. Egli si muove qua e l per la stanza come per ingannare il suo bisogno di combattere. Poi si volge con impeto, inebriato di ribellione.
O tu che resti muto e ti sforzi di nascondere il ribrezzo se m'accosto, conosci quella sentenza superba? Un nudo spirito si lev su l'eccidio e sul bottino, esclamando: "Se questo mio  un delitto, io voglio che tutte le mie virt s'ingincchino davanti al mio delitto".
Proteso verso di lui, fremente, VIRGINIO tenta respingere col suo grido l'inesorabile certezza.

VIRGINIO.

L'hai compiuto? L'affermi?
CORRADO risponde da prima pi pacato, velando il suo rancore con un'ombra di spregio.

CORRADO.

Non affermo se non la parola di un'audacia senza nome. Per tu ieri udisti il racconto della tentazione notturna. E che mai manc perch l'impulso si esternasse in atto irreparabile? Un nulla. Non ero nella foresta, non avevo la lancia in pugno, n la sabbia nell'altra mano. I testimoni erano di troppo. La scarica si arrest nei muscoli del braccio. Tuttavia ben mi vedesti capace del crimine, pronto allo scatto, al balzo. E che t'importa il resto? Ma l, alla tavola del giuoco, nello scompiglio delle sorti, era una carne di goditore o una volont di asceta, una bassa cupidigia o una fatalit eroica? Tu hai parlato di assassinio e di furto. Conosci dunque i nomi che mi convengono. Ieri ti rimasero in gola; oggi son fuor di tempo.
Ancra in quel terribile giuoco d'invettiva e d'ironia, in quella disordinata vicenda di freddezza e d'ardore, Virginio resta afferrato al suo dubbio e non l'abbandona, se bene spasimando.


VIRGINIO.

Tu mi ricacci nell'ambiguit, mi prolunghi l'ambascia, mi squassi fra la tua ragione e il tuo delirio. Ma tu potresti con una sola parola disperdere l'orrore che s' addensato intorno a noi, rimuovere la cosa corrotta che  l e che c'ingombra.

CORRADO.

Tutta la bellezza di un mondo ideale gravita dunque oggi, per te, intorno al cadavere di un baro! Se il piccolo fatto senza sangue esiste, tutto cade nel nulla, precipita nell'annientamento e nella esecrazione, per forza della legge umana. La vita di colui non valeva quella di un lupo, perch la  specie del lupo si fa ogni giorno pi rara, mentre la gena di colui si moltiplica ogni giorno nell'ignominia, brulica e striscia, infetta tutto quello che tocca, insozza tutto quel che divora. I vermi nel nostro pane quotidiano son necessarii? Se tu ne schiacci uno, quello diventa sacro, soltanto perch non si divincola pi? La coscienza armata di castighi insorge a vendicarlo. E che diventa il colpevole allora? L'attributo del suo atto, null'altro, in perpetuo! Egli pu essere un desiderio indmito che non seppe attendere, uno spirito veloce e infaticabilmente vivo, un impeto magnifico scagliato verso una mta pi severa della morte. Egli pu aver passato i suoi anni a fortificare e ad esaltare la sua volont con una disciplina implacabile. Lungi alle solite fanfare d'eroismo che riscaldcciano i cervelli e i cuori senili, egli pu aver foggiato crudamente s medesimo per il diritto di promettere, per il dovere di adempiere qualunque pi folle promessa fatta al suo corpo e alla sua anima. Ed ecco,  maturo per essere un Capo, un battitore di vie ignote, uno scopritore di nuove stelle. Capace di dare tutti i giorni alla sua opera la sua vita intera, capace d'inalzare tutti i giorni - non importa come, non importa dove - la sostanza del suo sogno, egli  degno della pi disperata vittoria. L'Amore lo riconosce. La prova della sua dignit  nel miracolo invisibile. Accanto a s egli ha sentito l'aspirazione degli eroi sollevarsi in un cuore sublime come in un vertice del Futuro. Egli ha ricevuto l'annunzio che gli mostra, di l dalla mta, l'erede del suo dominio, il monumento vivo della sua vittoria. Come potrebbe non sembrargli santa la sera del suo giorno? E voi a un tratto gli gittate fra i piedi la cosa corrotta perch egli stramazzi nel fango e nell'onta! Una povera spoglia esangue arrester colui che nella terra lontana, per aprirsi il varco, mise a ferro e a fuoco le trib! Volete castigarlo? Perch non poteste costringerlo a putrefarsi nell'inerzia, ora volete troncargli le mani che hanno osato di affrettare il destino? Chiunque possegga s,  per essersi conquistato a prezzo di travagli, considera come suo privilegio il diritto di punirsi o di farsi grazia, e non lo concede ad altri. Se il cerchio si serra, egli vuol dedicare ancra qualche sacrifizio umano in un gran rogo alla sua libert, perch almeno gli schiavi dalla piazza si volgano in su e si ricrdino...
Vede VIRGINIO rosseggiare il delitto come una porpora su quell'orgoglio indomabile.

VIRGINIO.

Ma chi difendi tu?

CORRADO.

Me stesso.
Reclina VIRGINIO il capo sotto la percossa e nasconde tra le palme la faccia estenuata. L'altro non si placa: anzi la sua amarezza sembra invelenirsi. S'accosta egli al reclinato e lo guarda. La profondit della stanza  gi nell'ombra, ma i teschi e i trofei brillano su le pareti al riflesso della nuvola.
Piangi su me? Io merito un addio pi virile.
VIRGINIO si scopre, e il suo volto un po' livido d imagine di colui che tocc il fondo del gorgo e risale alla superficie per trarre il respiro.

VIRGINIO.

Non piango. Chiudo gli occhi per veder qualche luce nel fondo.

CORRADO.

Luce di salvezza? Non la cercare. Pentimento? espiazione? La tua luce non  la mia. Gi ieri te lo dissi. Io non posso pi essere il tuo amico n appressarmi a te. Obbedisci alle tue ripugnanze. Volgimi le spalle. Lasciami solo. Giudicami bandito. La mia ultima ragione  nelle mie armi cariche.

VIRGINIO.

Non giudico: mi offro.

CORRADO.

Il tuo aspetto ti smentisce. Tu non puoi non calunniare il mio atto.

VIRGINIO.

Non io lo calunnio. Ma l'evento pu abbassarlo, rendendolo inutile. Pensa!

CORRADO.

Abbassarlo davanti a chi? Tu vuoi ricondurre nel mio silenzio il rumoro della strada. Non l'udivo pi; n posso pi udirlo. Una sola cosa ho temuto; e te ne serbo rancore perch l'orribile angoscia mi veniva da te, dal tuo contatto: ho temuto di commettere una vilt contro la mia folla, di disconoscerla, di difformarla, di avvilirla. Ieri, quando uscii dalla tua casa, uno sgomento improvviso mi scompigli le forze. L'imagine, che m'era divenuta estranea, s'impadron della mia coscienza e vi diffuse una specie di torpore che m'impediva di scacciarla, se bene mi fosse intollerabile... Non eri tu che tentavi di esiliarmi da me stesso e di falsare la mia anima?

VIRGINIO.

Io ho tentato di combattere in te quegli istinti che tu chiami i tuoi cani selvaggi quando latrano sotterra e il tuo spirito tende ad aprire tutte le prigioni. Inutilmente. E tu ieri m'accusavi di non voler fare la guerra per te, come oggi mi gridi ch'io ti volga le spalle e che io ti lasci solo. Ma ieri, verso quest'ora, io mi trovai per alcuni attimi presso la tavola del mio lavoro, tra il mio amico d'infanzia e la mia unica sorella. Oggi mi ritrovo tra un amore disperato e un delitto nascosto. Non vengo a imprecare n a chiedere pentimento ed espiazione. Conosco le furie dei fiumi, le rovine dei ponti. Non piango dinanzi alle violenze della vita ma mi offro. Forse non comprendo, ma non giudico. Per sento ancra vivere l'eroe che   nella tua anima; e riconosco una sola necessit imminente: che la causa del tuo atto s'illumini, che tu abbia il modo di trasmutare la tua frenesia in eroismo, di riscattare il tuo delitto col tuo prodigio. Tu hai bisogno dell'Oceano e del Deserto per ridivenir puro. Io non ti grido: Rimani! Ti grido: Parti, va, cpriti di gloria, vinci la morte!
Si dischiude il cuore serrato; e sembra che da lui si fuggano per un poco i rancori i dispregi le rivolte, e non resti se non l'alta malinconia dell'eroe che sar tradito dal fato ch'egli am.

CORRADO.

O Virginio, canta anche in te il sangue della creatura che m' cara. Perdonami l'impazienza irosa: non  che dolore. Erano sere di primavera come questa quando entravamo nell'ombra della chiesa: io poggiavo il braccio su la tua spalla per contemplare il colosso di pietra "quasi belva, quasi dio". Portagli una corona di cipresso, in memoria di me, e deponila su le grandi ginocchia ove sognando mettemmo il nostro avvenire.

VIRGINIO.

Che  questa tristezza mortale che t'accascia? Corrado, l'ora fugge. Bisogna risolvere e affrettarsi.
L'uccisore  fisso, come occupato da qualcosa di torpido. Parla sordamente.

CORRADO.

E se la brutalit del caso m'infliggesse una fine ignominiosa?

VIRGINIO.

Quale?


CORRADO.

Se io fossi raggiunto prima di entrare in franchigia? se riescissero a prendermi vivo?

VIRGINIO.

Temi la ricerca?

CORRADO.

Nulla temo, fuorch una fine senza grandezza.

VIRGINIO.

Credi che gi il sospetto possa cadere su te? Hai lasciato qualche indizio?
Lo interroga a bassa voce, chinato verso di lui, angosciosamente. L'altro  come trasognato e non batte ciglio.

CORRADO.

Non so. Nessuno pu sapere...


VIRGINIO.

Non ti ricordi? Non hai pi nella memoria quell'ora?

CORRADO.

No. Cadde sbito in fondo, in fondo al pozzo cupo, come un sasso che tonfa... Non so pi.

VIRGINIO.

Non eri lucido in quell'atto, come alla tavola del giuoco quando colui lev verso di te gli occhi bianchicci?
L'uccisore sussulta, come per scuotere il torpore. Guarda le acque salire luccicando dall'oscurit del pozzo verso il margine.

CORRADO.

Non so... Una specie di ilarit convulsa e sorda come quando le deformit dei sogni ci muovono un riso senza suono, che ci travaglia la bocca dello stomaco e non si sa se sia una nausea o un tremore, e se sia per finire o per continuare senza fine, e al risveglio ci sembra che si disperda nei sensi intorpiditi qualcosa di demoniaco...

VIRGINIO.

Cerca nella memoria. Guarda dentro di te. Avevi perduta anche l'ultima posta; avevi giocato su la parola, vertiginosamente, perduto sempre, a ogni colpo... Uscisti tu pel primo? Che ora poteva essere?
Gli parla da presso, lo incalza con la sua ansia, lo incita all'evocazione dei fantasmi profondi. E d'improvviso la notte della citt terribile riprende a vivere nello spirito e nella carne dell'uomo, con una potenza crescente.

CORRADO.

Ancra notte. Afa di scirocco: qualcosa di molliccio e di tiepido come una bava animale. Nessun sollievo nell'uscire dalla bisca fetida di fumo, di fiati, di sudori. Anche la strada pare chiusa, anche la piazza. Citt mostruosa, notte di dissoluzione, dove vivono soltanto le fogne. E in me una sola parola, ostinata come nella bocca di un idiota: la parola dell'scaro famelico e febricitante che si lascia cadere sotto un'euforbia: Kalas - basta! Ma altra  la mia fame, altra  la mia febbre. "Basta! questo trascino d'accattone collerico. Basta! questa domesticit senza salario. Basta! questa stupida fatica di mantenere un vizio che non  il mio vizio. Andiamo! Qualunque mezzo ci valga. Andiamo ancra incontro alle ferite che l'aria sola cicatrizza, alle seti che estingue un'acqua sempre nuova, alle torture che ridono e che cantano." Rivedo i giovani cammelli, in coda della carovana, che presi dall'allegrezza saltano buttando all'aria il basto e il carico. Mi fermo davanti a un gran bagliore che rosseggia nella nebbietta; e il tremolo del malvagio riso mi monta dallo stomaco alla gola, non mi lascia pi. Sembra che io abbia da tentare una beffa atroce. Mi cerco addosso il conto preventivo della mia spedizione disegnata; lo trovo. M'accosto alla caldaia d'asfalto che bolle; al bagliore fumoso leggo nel foglio le cifre: arruolamento di scari, camelli, asini, muletti, balle, casse, tende... Un gran palpito; e la duna di Brava mi riappare, la ripa dantesca della mia dannazione. "Nulla di meglio al mondo che quel sonno selvaggio ch'io dormir su la sabbia oceanica, dopo l'approdo. Odio, mio odio, a te confido la promessa di quel sonno." E mi riappare la faccia del baro, la maschera giallastra d'ittero, il grosso labbro azzurrigno, la collottola da abbrancare e da scuotere. Ripeto in me: "Lascia l il bottino!" Soggiungo: "No, non sono io il debitore". E sento che il primo movimento represso  sempre l, prigioniero, e che deve sprigionarsi necessariamente. Allora una specie di scaltrezza felina entra in me e s'acuisce come nei grandi giorni di caccia. Una specie di divinazione magnetica che s'irradia fuori del corpo ad evitare l'errore, a prevedere l'ostacolo, a cogliere il destro. Superstizioso, m'assicuro d'avere addosso l'ossicino che nel leone ucciso si trova profondato tra i muscoli della spalla. Salgo di corsa su per la Trinit dei Monti come per l'erta di Bullta! Sento in tutte le membra la forza elastica che non ha bisogno d'armi. La via  l, deserta; la porta  l, chiusa. Attendo, come all'agguato dietro la zeriba. Non so che far, non so in che modo si presenter la preda. Gli incanti adunati nel mio cervello si disperdono. La sorda ilarit demoniaca persiste. Giunge il grido fioco di un acquavitaio; poi il rumore di una vettura, un trotto zoppicante. La vettura viene su per la via, si ferma dinanzi alla porta. Riconosco l'uomo; odo la sua voce grassa che dice al vetturino di attendere finch la porta non sia aperta, e il Romanesco rinfacciargli con una contumelia il prezzo dimezzato, frustare il cavallo, volgere per la via Sistina, allontanarsi. Balzo dall'ombra, mentre l'uomo chino su la serratura cerca a tastoni. Gli metto una mano sul braccio, gli reprimo il sussulto, gli dico: "Sono io. Voglio pagar subito il mio debito". Basta la pressione delle mie dita su la sua floscezza: m'impadronisco di lui alla prima, come d'un sacco. Il suo pnico mi fa pensare all'asino legato dinanzi la feritoia della zeriba, quando il libbah si approssima. Gli tolgo la chiave, apro per lui, lo spingo dentro, gli faccio lume. So che non ha famiglia in casa. Ma un servo forse l'attende? Bisogner sopprimerlo? Ho l'occhio d'un mercante di schiavi per giudicare con un solo sguardo la qualit del carname umano anche dissimulato dal sarto. Troppo egli ansa su per le scale: cuore debole, insufficenza delle valvole... Le plpebre sono gonfie come le vene del collo. La palpazione del medico ha gi percepito il "fremito felino" in questo tardigrado? Il riso senza suono mi manda al cervello imagini stravaganti.  Egli sembra colpito dall'afona. Lo ammonisco con frasi brevi e secche. Certo, non chiamer, non grider. Tutto assume la facilit d'un sogno. Non pi la lotta con l'uomo ma col caso. Entriamo. Nessuno attende. La divinazione mi guida. Gi da una scaletta a chiocciola viene una voce sonnacchiosa che dice: "Sor Paolo?" Io rispondo per lui con un suono inarticolato. Il resto si svolge in una lunga ora o in pochi attimi? Non ho davanti a me tutto il lordume civile in quel sacco di adipe che suda e che pute? Vendetta troppo facile, quasi dolciastra, se il sale della beffa non la ravvivasse. Egli  l, che soffia e barcolla, con l'azzurro della ciansi nelle labbra, nelle pinne del naso, nelle unghie, orribile e fantastico. Gli metto sotto gli occhi il bilancio di previsione, sorridendo. "Vi mander alla costa un carico d'avorio dal Bass Nark, tutto l'avorio dei Gheleb e dei Cherre..." Gli parlo piano, mentre gli faccio rendere il bottino. "Spesa grave per i quattro bulk? Ma forse mi lasceranno arruolare i galeotti nell'ergastolo di Nocra a mezza paga." Certo il ronzo degli orecchi gli impedisce di intendere. Forse anche egli si crede di sognare, di patire l'incubo. "Indice e pollice: voi correggete la fortuna; pollice e medio: io l'affretto." Ah quella bocca dilatata dall'ebetudine, quel labbro paonazzo che penzola, quel luccicho sinistro dell'oro nel nerume della carie! Quando l'attimo funebre scocca, rivedo in un lampo la dentatura formidabile d'un predone amhara, bianchissima in mezzo alla faccia divenuta una poltiglia rossa; che ancra ha la forza di mordere il calcio della mia carabina. Scatto, allungo il braccio, rovescio sul letto la massa molle, serro le due carotidi nella morsa, veggo le plpebre battere come le branchie fuor d'acqua, spengo l'imagine spaventosa di me in quel cervello esangue.
Egli  in piedi, con la mano inarcata alla presa, coi denti stretti, con l'occhio torbido, con tutta la persona scossa dal ritorno della forza micidiale. Soffocatamente l'altro interroga tuttavia.

VIRGINIO.

E dopo? Uscendo non fosti veduto da nessuno?

L'uccisore si scrolla, come per scuotere da s le scorie accumulate dell'azione.

CORRADO.

Dopo... ancra la voce sonnacchiosa in cima alla chiocciola, una cautela senza respiro come nell'aggattonare tra l'erba che fruscia; la discesa per le scale come la calata gi per un'amba che frana; la strada stranamente sonora sotto il piede che non cammina pi su la punta ma sul suo tacco saldo... Ancra il grido del venditore di tossico, una campana che suona mattutino, il cigolo dei carretti; dall'alto della Trinit, Roma come una flotta naufragata in un mare grigio; e l'irruzione frenetica del desiderio che con qualunque nave salpa verso l'Ignoto!

Egli trae un profondo respiro; e poi biascia sentendosi la bocca arida, il fuoco alla gola.
"Devi aver santificato l'anniversario" mi dicesti tu ieri. L'ho io santificato? Due anni innanzi, avevo veduto il Fachs irto di lance rosseggiare come un'aurora nell'aurora. Ed ecco qui la piazza, la strada, le case cieche, l'immondizia tenace, il primo lezzo del vilume agglomerato che si stira e sbadiglia. M'annunziasti tu il sorgere degli uomini nuovi? Non so che delirio selvaggio gridava dentro di me: "Le nuove Erinni! Le nuove Erinni!" Mi pesava il bottino? Certo, mi pesava. Ma dentro dicevo: "Non per me, non per me! Basta a me un pugno d'orzo abbrustolito, la carne degli avvoltoi, l'acqua della cisterna o del pantano, e per sale la necessit di superarmi ogni giorno". Finita era la scaltrezza animale; alle mie ossa, per compenso di quel peso, promettevo di rivestirle d'una nuova sostanza, di l dall'oceano; sentivo la mia vera vita involarsi e fluttuare in alto sopra l'azione; mi pareva che dal mio cuore balzassero sul mondo a volta a volta dmoni di ghiaccio e di fiamma. "Le nuove Erinni!" Poi l'ottusit, il bisogno del giaciglio basso, il nero letargo l su i sacchi di carovana, nell'odore del Sud.
Qualche vampa del delirio crepuscolare lo ritraversa. Egli si lascia cadere su la vecchia cassa dalle maniglie di corda. Tremante VIRGINIO gli tocca la fronte.

VIRGINIO.

Bruci.

CORRADO.

Dammi qualche cosa da bere; l, quella fiasca.
Beve avidamente. Energico balza in piedi, aspro parla.
Ora vattene. Perdonami se sono entrato anche nella tua vita come un devastatore. Addio. O forse ci rivedremo.

VIRGINIO.

Che farai?

CORRADO.

Non so. Non so vedere in me, se tu sei presente. Debbo essere solo per sentire tutto me stesso, per ascoltare il mio dmone. Tu mi turbi.
L'altro vacilla per alcuni attimi in un'esitazione quasi spasimosa. L'ambascia lo strangola.

VIRGINIO.

Corrado!

CORRADO.

Che vuoi?

VIRGINIO.

E necessario che tu vada senza indugi. Difficile  l'impunit, all'ombra della Legge. Difficile  tener nascosta a lungo la trasgressione. Tutto si scopre. Non so, non sai se in tanta cautela, se in tanta complicit del caso qualche errore fu commesso...

CORRADO.

Forse.

VIRGINIO.

Poich Simone Sutri  prosciolto,   possibile almeno ritardare o forviare la ricerca temibile, darti il tempo di giungere in luogo franco...

CORRADO.

E come?

VIRGINIO.

Promettimi di partire, e lascia ch'io tenti...

CORRADO.

Una falsa denunzia?

VIRGINIO.

Discutere non giova.

CORRADO.

Offri te stesso?

VIRGINIO.

Piccolo rischio correrei, se volessi farlo. Non offro molto, ahim!


CORRADO.

Ti presenti e dici: Io sono l'assassino e il ladro... Tu, Virginio Vesta!

VIRGINIO.

Se racconto i particolari esatti dell'esecuzione, se mostro un documento...

CORRADO.

Quale?

VIRGINIO.

Non puoi tu fornirmelo? Un segno di quel che fu tolto...

CORRADO.

O fanciullo buono, nessun segno varrebbe se non a indicarmi! La mano che tu mi tendi non giunge fino a me. Siamo su due rive opposte. Non t' concesso il passaggio improvviso. T' vietata la grande avventura. Tu hai il tuo cmpito prefisso, la tua persona circoscritta. L'ordine riposa su te, su la tua costanza infallibile. Tu sei un artefice della vita arginata. Per beneficare la citt tu metti a governo i fiumi e imprigioni le sorgenti. Non puoi n rompere le chiuse n tagliare gli acquedotti. Se tu ti accusassi, il giudice sorriderebbe del tuo candore.

VIRGINIO.

Mi respingi anche una volta!

CORRADO.

Ma non intendi che il mio consentire non varrebbe se non a mettermi puerilmente nelle mani odiose che ben vorrei troncare?


VIRGINIO.

Forse t'inganni.

CORRADO.

No. L'errore, l'inevitabile errore, fu commesso.

VIRGINIO.

E lo sai?

CORRADO.

Non trovo pi la nota degli allestimenti.
VIRGINIO per alcuni attimi non pu profferir parola.

VIRGINIO.

Fu lasciata l?

CORRADO.

Temo.


VIRGINIO.

Ne sei sicuro?

CORRADO.

Non sicuro, ma...

VIRGINIO.

E potrebbe essere un indizio?

CORRADO.

Oh basta! Perch dunque non hai condotto teco anche il leguleio per fare consulto? Basta questo esame e questo terrore, e tutto il resto. Vuoi tu trarre anche me a rimpicciolire e a falsare quel che  irreparabile? Una  la necessit imminente: ch'io rimanga solo col mio pericolo, ch'io sia il padrone della mia vita e della mia morte.


VIRGINIO.

Altre vite tu schianti con la tua.
Impetuosamente il dispregiatore insorge ad esaltare il suo bene.

CORRADO.

Le sollevo con le mie braccia nella mia pi alta preghiera, fuor d'ogni vista, fuori della tua vista! E t'apparir ingrato. Ma, dicendoti addio, mentre son gi con l'arme alla gota e non so quale sar il mio combattimento, dicendoti addio, non ti raccomando la creatura del mio amore. La meravigliosa necessit della solitudine sta anche su lei. Anch'ella  ormai espulsa dal gregge, bandita dal costume. Che il dispregio e l'onta sieno la sua lode e la sua gloria! E che sia benedetta la sua madre di verit e di dolore, se in questo momento la riconosce, se piangendo rivede in lei il puro giglio ch'ella abbandon travolta dalla sua tempesta, se per un'ora la riprende nel suo grembo travagliato, se le pone sui fianchi le sue mani tremanti e la bacia e le dice: "Porta anche tu il tuo peso!" Che la colpa oggi parli alla colpa le parole inaudite! Io non ti confido la creatura del tuo sangue, mia in me dall'alba a questo tramonto e per l'eternit. Amala, ma senza fare ombra al suo proprio sole. Che ella custodisca e difenda nel pi selvaggio disdegno la vita della nostra vita e che le dia per nutrice la sua musica, per pane la sua speranza! Tutto omai ella pu:  me l'ha detto. Ella m'ha gridato: "Posso, come te, cantare nei supplizii".

VIRGINIO.

Tu hai disumanato l'amore.

CORRADO.

Gli ho tolto le infermit e le catene. Ma hai tu potuto comprendere quel suo grido? Corrompendomi al contagio degli istrioni, anch'io mi son sentito attrarre talvolta verso quella sorta di gloria che soffia nelle sue trombe gonfiando le gote plebee. Non ti ricordi? Ieri mi sfugg un'imprecazione indegna e tu mi dsti una degna risposta. Ma io ho conosciuto lo splendore e l'ebrezza d'un'altra gloria, in disparte, in silenzio, con la testimonianza di me solo e del Deserto. E mi concedo di rammemorarla, per irraggiarne il mio commiato, dinanzi a te che oggi mi vedi sotto l'ombra dell'onta e non sai confessare la tua avversione.

VIRGINIO.

Io piango in te l'eroe degli orizzonti serrato contro un muro cieco!

CORRADO.

Il muro  alle spalle, ma il volto  pur sempre verso il Fato.

VIRGINIO.

Anche il Fato ti ama.

CORRADO.

Perch l'amo e in durezza l'eguaglio.


VIRGINIO.

Dirti addio, ancra non voglio.
Una grande elevazione di bellezza interiore trasfigura colui che foggi s stesso per il diritto di promettere.

CORRADO.

Io ti dico addio, in una gloria che fu silenziosa; e ricrdati, solo per quella, di porre la corona di cipresso su le ginocchia di pietra. O fratello perduto, onora nell'assassino la Volont invincibile! A Olda, sopraffatto dal numero, atterrato, disarmato, stretto in un cerchio ostile, mi sollevai di sul cumulo nero degli uccisi (sotto i mille sguardi di terrore e di furore sentivo il bianco del mio volto divenire soprannaturale e quasi dalla potenza dell'anima assumere la luce dell'immortalit), mi sollevai e dissi pacato per la bocca dell'interprete: "Io sono un dmone, e voi non potete farmi n soffrire n morire". Dissi e mantenni. Il mio buon Sardo era al mio fianco; e per obbedirmi seppe essere il mio pari. "N soffrire n morire." Cantammo e ridemmo, nella tortura. Vedemmo colare il nostro sangue, udimmo scricchiolare le giunture delle nostre ossa; e cantammo e ridemmo, sempre fisando i carnefici che non sostenevano lo sguardo sgomenti. "N soffrire n morire." Il Fato mi contraccambi d'amore! Il pnico a un tratto spense la ferocia; il supplizio fu tralasciato; la trib si sottomise al dmone; inalzato dal coraggio sopra il dolore e sopra la morte, il volto bianco parve immortale.
La piet fraterna si esala nel pi affettuoso grido.

VIRGINIO.

O fratello non perduto per l'anima mia, soffri ma non morire!

CORRADO.

"Che la Natura trasmetta in carne il segno della mia pi profonda cicatrice!" ha detto gi la mia preghiera a quella che porta il mio figlio.

VIRGINIO.

Tu hai nominato il tuo figlio!
Alle ultime parole di CORRADO BRANDO, guizza il Sardo tra i due battenti dell'uscio socchiuso e resta in piedi senza osare d'aprir bocca, scuro in volto e inquieto. Si volge CORRADO e al primo sguardo sembra che indovini. La passione, che accendeva la sua voce, si spegne a un tratto. Il suo nuovo accento esprime una straordinaria tranquillit.

CORRADO.

Che c', Rudu?

RUDU.

Tre uomini alla porta... chi non mi piaghent.
Mormora le ultime parole tra i denti. VIRGINIO ha un fremito in tutta la persona e impallidisce.

CORRADO.

Bene. E che vogliono?

RUDU.

Uno, che  pi degli altri due, domanda di te, su mere; e dice ch'entrare deve, che aprire bisogna per forza.

CORRADO.

Questo dice?

Egli ride d'un riso che sembra non varchi i suoi denti se bene gli salga dai precordii, potente e sobrio. Si accosta alla finestra, guarda in gi, poi in alto dove la nuvola di primavera  come un monte di bragia che s'incenerisca.
C' l'assedio.  una bella sera. Va, Virginio. Tutto fu detto. "Le nuove Erinni!"
Egli si dirige verso le sue armi. Sconvolto, l'amico tenta di attraversargli il passo.

VIRGINIO.

Che vuoi fare?
La seconda ingiunzione  cos imperiosa che mozza ogni altra parola vana, respinge ogni altro tentativo inutile.

CORRADO.

Va! Rudu ti apre.
Fa l'atto di passare nella stanza attigua il testimone smorto e convulso, ma s'arresta su la soglia tra i due battenti. CORRADO BRANDO parla rapido al  suo fedele, che sembra divorarlo con gli occhi intentissimo, presentendo le violenze, ridivenuto il veltro sardesco addestrato alla piga contro la bestia e l'uomo, gi pieno d'una cos viva inquietudine muscolare che sembra quasi rivelata la vibrazione d'ogni nervo a traverso quel suo corpo asciutto.
Falli entrare, homine de abbastu. E tu tieniti indietro, e richiudi la porta. A su chi escit!
Qualcosa di magnetico  nel comando trasmesso a voce bassa ma netta, qualcosa di demoniaco che crea nell'ombra rossastra della stanza irta di selvaggi trofei quasi l'instabilit della tenda nmade e il soffio dell'avventura mortale. Con un semplice battito delle plpebre il "figlio del cratre" risponde che ha compreso e che  pronto. Mentre questi si volge, il vincitore di Olda si accosta alla tavola, con quel suo piglio leonino; e impugna l'arme che a breve distanza meglio serve.

FINE DEL SECONDO EPISODIO.

ESODIO.

Silenzio! Silenzio! Sol degno
 che parli innanzi alla notte
chi sforza il Mondo
a esistere e magnificato
l'afferma nelle sue lotte
e l'esalta su la sua lira.
Taci tu, cosa da mercato,
ingombro gemebondo!
Laus Vit, XVII.

MOTIVI PER UN ESODIO SINFONICO.
Una lamentazione gorgnea congela il cuor della Notte; e il pianto delle Pleiadi  vinto. Pieno di forze in travaglio, che lcono e tacciono,  il firmamento latino. L'incendio si spande; e il poledro selvaggio nell'Agro si volge, e sembra che s'oda scalpitare il centauro su le pietre dell'Appia; e il pastore inconsapevole come al tempo di Numa guarda il segno rosseggiare su l'Urbe saturnia e non teme.
Chi incider ancra una sillaba nel frontone dell'Arco? E chi nella parete del Monte scolpir una lettera sola del nome? E chi scruter l'Avvenire convolto nel grembo penoso?
Certo laggi si consuma una forza d'eroe  non invano; per che il vento del Fato e del Mare, ecco, si leva ed infervora il rogo.
Vento del Mare e del Fato, che trascorri l'Appia deserta e visiti tutte le tombe e percuoti la rupe ov'ebbe il Piloto dalla figlia del Sole segnata la via tremenda per alla dimora del Buio, or soffia su l'arsione vorace, sscita fino agli astri la fiamma, ccita il ruggito del fuoco, gita la fiaccola immane su l'Urbe che sa altri olocausti, scaglia le faville e le ceneri negli occhi degli uomini servi e acccali perch veggano l'onta. Vae victis!
"Io non sono il badile n la bisaccia n la bilancia n l'aspo. Sono il timone e la spada, la tempesta e la guerra" grid l'uccisore sul rogo. "Ma chi narrer al mio figlio che, nella mia morte notturna, ho tenuto sul mio petto il mio Sole simile a una mola rovente? Via, cani, alla catena! La mia cenere  semenza."
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FINE DELLA TRAGEDIA.
...
.
...
FINE.
